La "catena" di "veglie" per Eluana che sta attraversando il Paese

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ma libera, genuina "invocazione"

Marina Corradi
("Avvenire", 23/11/’08)

Attraverso l’Italia in queste ore si sta formando una "catena di preghiera", di "veglie", in Chiese che aprono per questo le porte anche di sera ad accogliere i fedeli. Pregano perché Eluana Englaro sia lasciata vivere, in quel suo "sonno" che ad alcuni pare non umanamente "dignitoso". Tutto questo potrebbe a uno sguardo superficiale sembrare la "controparte" devota di quei "sit-in" abituali in "democrazia", per cui i cittadini manifestano per ogni causa oggetto di "dibattito pubblico".
Semplicemente un’altra delle forme di "pressione" con cui la società spinge per orientare le sue "leggi". Magari qualcuno potrebbe essere tentato di "vagliare" quanta gente prega per Eluana, per valutare, in fin dei conti, "quante divisioni ha il Papa".
In realtà, l’intento delle "veglie" è un altro, e non si gioca in quella dinamica della conquista del consenso tipica della "democrazia", cui siamo tanto abituati da pensare che non ne esistano altre. La domanda dei fedeli è sì, che Eluana Englaro viva, ma questo all’interno di una logica profondamente "cristiana", che, viene il dubbio, rischia di essere dimenticata perfino in un Paese di grande "tradizione cattolica". Quest’altra logica sta nell’affidare la vita di una donna – la sua e insieme quella di tutti, giacché per il "cristianesimo" nessuno è solo e vive per se stesso – nelle mani di Dio. Molte parole sono state dette su questa vicenda, i giudici hanno fatto "ricorso" contro altri giudici, la politica si è divisa e ancora si aspetta una "parola" da Strasburgo; ma le "veglie" di queste notti sono preghiera, e dunque "affidamento a Dio". Certa parte di "opinione pubblica" potrebbe allora "alzare le spalle": "Ah, va be’, se vogliono pregare, che preghino!".
Perché per molti, anche di "formazione cattolica" ma "usurata" dall’abitudine e dalla distrazione, pregare è una "santa cosa" – totalmente "ininfluente" sulla realtà. Tanto "pia" quanto inutile. Quasi vagamente "lamentosa". Non "virile" (gli uomini agiscono, non implorano). Ma la preghiera dei cristiani non è rito "consolatorio" o "sentimentale", non è uno sperare che "Dio ce la mandi buona".
Comporta un giudizio "radicale" sulla realtà: l’uomo non si fa da sé, dunque è "creatura". Nemmeno in un respiro è autonomo dal "disegno" di un Dio che lo ha voluto. Pregare è dunque prima di tutto riconoscere il "mistero" che è all’origine di ognuno, e che infinitamente ci supera (forse proprio per questo il pregare risulta alla modernità, e soprattutto ai "dotti", "umiliante": c’è nell’inginocchiarsi un’"abiura" del proprio sovrano ed egocentrico "Io"). Pregare è dirsi "figli", e mettere se stessi e gli altri nelle mani di un "Padre". Può essere oggi, se non ci si è stati educati, drammaticamente faticoso. Nel suo "Diario"
Etty Hillesum, giovane Ebrea morta ad Auschwitz dopo avere traversato una silenziosa "conversione" cristiana, chiama se stessa «la ragazza che non sapeva inginocchiarsi», a dire del duro "sforzo interiore" che questo gesto, e ciò che implica, comportano. Ma lo stare in ginocchio e il ripetere antiche preghiere non è affatto "querulo", o umanamente "diminuente". Nel dirsi "figlio" infatti il cristiano scopre la sua vera "statura", che è assai di più di quella che vorrebbero concedergli i moderni "maestri" e "imbonitori". Una "statura" infinita, anche in quelli che vengono detti "ultimi", anche in un malato "incosciente", che per le nostre sofisticate "Tac" e per certi dottori pare buono "da buttare": giacché ognuno dei respiri di quell’uomo, è "disegno" di Dio. Né "sit-in" dunque, né vano piangere di deboli, le "veglie" di queste sere, ma l’appassionato "domandare" di uomini certi del valore "infinito" di ognuno. La ragazza Ebrea di cui parlavamo assiste, in una notte del ’42, alla partenza da Amsterdam di un "convoglio" di "deportati". «Questa notte, bisognerebbe soltanto inginocchiarsi e pregare», è il suo solo commento. Nella violenza più infame, nel mondo diviso tra "padroni" ed "ultimi", il tenace affermare: siamo "figli", tutti, e il valore di ciascuno è "infinito".