I Castagna donano la "casa del delitto"

RITAGLI     "Via Diaz 25, Erba". Rientra la vita     DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 28/11/’08)

A Erba, in "Via Diaz 25" c’è quella casa, al primo piano di una "corte" ampia: giallo pallido l’intonaco, verdi le persiane, spessi i muri.
Una "corte lombarda", con le tendine alle finestre e i vasi di gerani sul davanzale. La "strage" dei "vicini della porta accanto" non avrebbe potuto avere un "teatro" più rassicurante, quasi "banale". Ma dopo l’11 Dicembre di due anni fa, "Via Diaz 25" non era più la stessa. Passando, chi veniva da fuori si fermava a guardare il cancello, incredulo di ciò che era avvenuto in quel "ben tenuto" cortile; chi era del paese invece sembrava camminare più in fretta, come non volendo ricordare. Di Domenica e di festa capitava, come capita a Cogne, che dei curiosi arrivassero in uno stordito "pellegrinaggio", a vedere coi propri occhi la "casa maledetta". E dunque nella "geografia" della piccola città operosa la casa di Raffaella Castagna restava, con le sue stanze vuote e mute, una presenza sottilmente "opprimente" tra le altre, dove invece andava e veniva gente, risuonavano voci, giocavano bambini. Come una "pietra", la "casa del delitto", nel cuore di Erba. Ora l’appartamento, si è saputo dopo la "sentenza", verrà regalato dai Castagna a un’"associazione benefica". Vuotato dei tristi "resti" sopravvissuti alle fiamme, ripulito delle tracce lasciate dalla "polizia scientifica", liberato dai "sigilli" del "sequestro giudiziario", verrà imbiancato, e tornerà a essere abitato. Che sia un "centro d’ascolto", o un "tetto" per madri sole, comunque si riempiranno di nuovo quelle stanze, di voci e di vita. Non è semplicemente un gesto di "beneficenza". C’è, in questa scelta, un’ansia ostinata e fedele di "ricominciare". Quelle donne e quel bambino sono morti. Chi li amava è segnato per sempre. E però qualcuno in "casa Castagna" – forse il padre, l’uomo che pure "annientato" parlava di perdono, e veniva guardato come un "folle" – dà il segno di un volere andare oltre. Non per dimenticare, che è una cosa impossibile, ma per vivere ancora. Per non restare "inchiodati" e immobili a ciò che è stato: prigioniere le stesse "vittime" del male subìto, in una memoria che "strozza" i passi, e il respiro. Sarebbe stato umano, magari, voler conservare intatte e uguali quelle stanze, tenersele come un "antro" di privato dolore e non volerle più aprire; oppure venderle, come ci si "disfa" in fretta di qualcosa di cui si ha paura e orrore. Il regalarle a chi le riapra con generosità è invece l’unico "antidoto" all’aura "macabra" che quei locali avrebbero altrimenti conservato. In "Via Diaz" due anni fa sono esplose le "tenebre", con una ferocia inspiegabile nei "futili" motivi che apparentemente l’hanno covata. Qui è stato "massacrato" un bambino. L’"ergastolo", probabilmente, segnerà la sorte degli assassini – ma altrettanto forse era già segnata Rosa Bazzi dalle parole inesorabili di sua madre («È sempre stata cattiva, cattiva come una "vipera"»). Nella "cappa" plumbea su quelle quattro stanze di "Via Diaz", dove la gente, il giorno che i due confessarono, si affollava mormorando fredda: «Dovrebbero impiccarli», tutto sembra configurare la vittoria del male. Eppure, la scelta di quel padre che in tanti hanno guardato sbalorditi quando parlava di perdono, non è sottomessa a questo "giogo". Non si terrà quelle mura come un mortifero "mausoleo"; non le venderà in fretta al primo disposto a ignorarne i "fantasmi". Le regala, a chi ne faccia qualcosa di buono; perché qualcuno ci viva, ci torni a sperare. "Sasso" lanciato oltre, più lontano, contro l’"inerzia" greve del male; come un non voler lasciare al male l’ultima parola. La "pietra" immobile nel centro di Erba si scioglierà, negli anni. Forse un giorno un ragazzo si affaccerà da quelle finestre, chiamato da un compagno sudato in cortile: «Corri giù, dai, sbrigati, che giochiamo a pallone».