Afghano cade da sotto il "camion" dov’era aggrappato

RITAGLI     Muore schiacciato come un "topo".     MISSIONE AMICIZIA
Era un bambino, un uomo come noi

Marina Corradi
("Avvenire", 13/12/’08)

Aveva tredici anni il ragazzino asiatico trovato morto l’altra notte alla "periferia" di Mestre, su una strada battuta dai "Tir" che sbarcano in porto. La "polizia municipale" ritiene che sia caduto da sotto il rimorchio in cui si era nascosto per sfuggire ai controlli di "frontiera". Aveva in tasca un documento afghano, e nelle stesse ore altri cinque afghani erano stati trovati nascosti su una nave greca appena attraccata. Stremato dall’immenso viaggio da Kabul e poi chiuso in una "stiva", forse un colpo di sonno è bastato per cadere sull’asfalto, mentre le ruote del "Tir" schiacciavano il corpo magro senza che il conducente avvertisse nemmeno un sobbalzo. Non è la prima volta. A Luglio un altro "irregolare" è morto nello stesso modo; a Giugno nel vano di un "camion" due iracheni erano stati trovati morti per "disidratazione". Il Porto di Venezia sta diventando una "frontiera" di disperati.
Nascosti nelle "stive" arrivano in un anno in centinaia. Gli "operatori umanitari" del Porto lamentano la difficoltà di entrare in contatto con questa gente, che spesso viene respinta direttamente dalla "polizia di frontiera". Ma molti vengono da Paesi in guerra, molti avrebbero diritto all’"asilo". E molti hanno quattordici, quindici anni. Il ragazzo sull’asfalto era probabilmente uno dei tanti che, piuttosto di farsi rispedire indietro, ha tentato disperatamente di sfuggire ai controlli. In tasca gli hanno trovato una "banconota" del suo Paese, e un foglio fitto di appunti.
La "banconota", nuova di zecca, il modesto tesoro che un padre miserabile consegna a un figlio che parte per sempre. Il foglio, uguale a quei pezzi di carta che "profughi" e "fuggitivi" si tengono stretti, come il solo bene: con sopra il numero di telefono di parenti che già siano riusciti a stabilirsi in Occidente, poveri "zii d’America" alla cui porta bussare. Anche i "clandestini" di Lampedusa hanno addosso questi "foglietti", fradici dopo giorni e notti in mare. Li abbiamo visti coi nostri occhi mentre, non appena si profila la costa italiana, li estraggono come "reliquie", li svolgono, a ripassare un "rosario" di lungamente cullate "speranze". Forse anche quel ragazzo aveva tirato fuori di tasca il suo "promemoria", non appena, attraccata la nave, i motori si erano spenti. In Italia, si era detto emozionato, sono arrivato. Ma: nasconditi, non devono vederti, lo avevano esortato i compagni. Lui, il cuore in gola, aveva ubbidito. Il grosso mezzo che "sbuffa", frena, riparte, le scarpe dei poliziotti oltre le ruote, il fiato sospeso. Poi quando il "Tir" parte il giovanissimo pensa di avercela fatta. E poi? Lo "sfinimento" che sopravviene dopo una grande paura gli ha fatto chiudere gli occhi? O il freddo, e le mani intirizzite hanno ceduto? Un minorenne non accompagnato per la "legge italiana" non può essere respinto.
Lui non lo sapeva, e nessuno ha potuto dirglielo. Lo hanno trovato "inerte" sulla strada, come un "sacco" caduto. Aveva l’età in cui noi mandiamo i nostri figli lontano, solo in "vacanze studio" "iper-garantite" e protette. Credeva, gli avevano detto, che l’Occidente fosse un mondo più fortunato del suo
Afghanistan – in cui dalla nascita non aveva visto un solo giorno di pace. Sbagliato tutto, bambino, e adesso è tardi. Vorremmo almeno che gli altri come te, col cuore in gola nascosti nelle "stive" delle navi in partenza da Grecia e Medio Oriente, fossero interrogati, all’arrivo in Italia, prima che "inappellabilmente" respinti. Di modo che non siano costretti a nascondersi, a soffocarsi nei "Tir", ad aggrapparsi come topi sotto le "lamiere". Una morte così a Venezia, è un’"onta" addosso; e l’indifferenza può solo voler dire che poi, al di là delle parole, noi del "Primo Mondo" siamo uomini, e gli altri no, e a tredici anni nemmeno.