MISSIONE SPERANZA

Il gioco di fascinose "Antifone d’Avvento" declinate

RITAGLI     La promessa a noi "vacillanti":     DOCUMENTI
«Ci sarò domani, e sempre»

Marina Corradi
("Avvenire", 21/12/’08)

"Ero cras", «ci sarò domani». Forse questa "promessa" in latino alla maggioranza dei credenti oggi non dice niente. Ma è una promessa molto antica, risalente ai tempi di Gregorio Magno, e nascosta tra le righe di sette "Antifone" che tradizionalmente accompagnano, nell’ultima settimana di "Avvento", il "Magnificat" ai Vespri di "rito romano". Un articolo su "Civiltà Cattolica" del "biblista" Padre Maurice Gilbert richiama dal passato la storia di questa promessa d’"Avvento", a noi cristiani del "Terzo Millennio" per lo più sconosciuta. Dunque il segreto delle "antifone maggiori", dette anche "antifone O", sta nella parola posta all’inizio di ciascuna di esse. "O Sapientia", comincia la prima, e le successive: "O Adonai", "O Radix", "O Clavis", "O Oriens", "O Rex", "O Emmanuel". Germoglio, Chiave, Re, Emmanuele: tutte le antifone iniziano con un’invocazione a Cristo. Ma capovolgendo l’ordine delle parole e prendendo di ciascuna la lettera iniziale, emerge l’"acronimo" "Ero cras", «ci sarò domani». Non è "enigmistica". Ogni antifona è una sintesi di passi dell’"Antico" e "Nuovo Testamento", un concentrato di fede cristiana che gli antichi fedeli ripetevano nella penombra dei Vespri dell’"Avvento" – quando la notte calata sulle brevi giornate d’inverno, rischiarato solo da candele, evocava un’altra "ombra", che incuteva timore. Dalle buie sere che precedono il "solstizio", dal colmo dell’oscurità, nelle Chiese si invocava: Germoglio, Sapienza, Re, vieni a liberarci dalle tenebre. E la "quinta antifona", quella del 21 Dicembre – giorno esatto del "solstizio", in cui, toccato il vertice del buio, il sole comincia a risalire in cielo – si cantava: "O Oriens, splendor lucis aeternae et Sol Iustitiae: veni et illumina sedentem in tenebris et umbra mortis" («O astro che sorgi, splendore di luce eterna, sole di giustizia: vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra della morte»). E infine, nascosta nelle iniziali delle prime parole delle antifone: "Ero Cras". "Ci sarò domani, ci sarò sempre": nel fondo del buio, di generazione in generazione, il ripetersi di una promessa di luce. Il segreto – almeno per noi "profani" – rivelato dal "teologo" Gesuita commuove per la bellezza, la bellezza della forma della antica tradizione cristiana che troppo abbiamo dimenticato. Con quella aderenza profonda alla realtà concreta degli uomini; forse anche noi, in queste giornate così brevi e già alle quattro buie, non ci sentiamo addosso come un’"ombra", e l’ansia che il sole si rialzi, che la luce della primavera torni e rassicuri? «Vieni, illumina le tenebre», chiedevano. «Ci sarò domani, ci sarò sempre», era la risposta già segretamente scritta nella domanda. "E noi?", ti viene da domandarti. L’attesa che colma questi "medioevali" canti d’"Avvento", ci appartiene ancora? O, sfumata la memoria di un male originario che ci opprime, non percepiamo più davvero il buio che nelle antifone del tempo di Gregorio Magno pare così incombente, tanto che è evidente come quei versi anelano la "luce"? Non più pienamente coscienti del buio, sappiamo ancora desiderare la "luce"? La nascita di Cristo, nel colmo dell’inverno, è il venire al mondo di Colui che vince la morte. Ce ne ricordiamo pienamente, noi credenti del 2008, pressati negli "ipermercati" in cui infuria "Jingle bells", o angosciati dalla crisi e dal vacillare del nostro benessere? Che la promessa antica e segreta delle "antifone O", è l’augurio, ci accompagni nel nostro "affannarci" della vigilia del Natale. "Ero cras", ci sarò domani e sempre. E grazie al "dotto studioso" che ha ricordato a noi "credenti analfabeti" un segreto tesoro, a illuminare questi giorni di buio.