La morte del bimbo "romeno" e della madre

RITAGLI     Quel "miraggio romano"     MISSIONE AMICIZIA
bruciato in una "capanna"

Marina Corradi
("Avvenire", 27/12/’08)

Era partita dalla Romania per passare il Natale con suo marito, "immigrato" a Roma. S’era portata il suo bambino di tre anni. Possiamo immaginarci il viaggio di questa madre, su uno di quei "pullman" malconci che portano in Italia la "gente dell’Est". Lei con il figlio in braccio, scomoda sugli stretti sedili, "pigiata" fra i bagagli gonfi di altri "migranti"; e il sonno che nella notte ha il sopravvento, e il bambino stanco di stare fermo che piange.
«Vedrai, vedrai com’è bella Roma, è una meravigliosa città, come non ne hai mai viste». Forse questo diceva la giovane romena al suo bambino, in viaggio verso l’Italia, l’Occidente, la parte "Giusta" del mondo guardata a lungo con desiderio in "tv", come in un "sogno". Ma Roma, "San Pietro", il "Colosseo", sono rimasti "miraggi". La "casa" che li aspettava era una "baracca" di "lamiere" in un bosco, a
Castelfusano. Né luce né riscaldamento, né una strada: solo fango, e attorno, uguali, le "capanne" di altri cento "disgraziati". Più che una casa, una "stalla" quella in cui si sono stretti a Natale la donna, suo marito e il bambino, come in un "Presepe" miserabile e ignoto. All’alba poi, finita in fretta la festa, il marito è partito in cerca di lavoro, qualsiasi lavoro, "facchino", "lavavetri", a qualunque cosa disposto. La madre e il bambino, soli nella "baracca". Con il freddo della notte nelle ossa, lei cerca di fare un fuoco. Con cosa? Il legno impregnato di umidità non prende. Una bottiglia d’alcool allora, dei rifiuti. La fiamma si alza ora, alimentata dal vento.
Ma non porta "tepore": si allarga, divampa incontrollabile, "vorace" corre ed già è addosso, sui vestiti, sulle coperte, sulle mani. Il vecchio della "capanna" vicina resta attonito e impotente: non c’è acqua, non c’è nulla per "soffocare" l’incendio. Solo la madre cerca di "sbarrare" col suo corpo la strada al fuoco, di mettersi di mezzo fra la morte e il bambino. Le urla dei due si confondono acute, il "popolo" della "favela" si sveglia atterrito, qualcuno accorre. È tardi, tutto è consumato.
Neanche i mezzi dei pompieri riescono poi a arrivare nella "baraccopoli", per quei sentieri. Arrancano nel fango "inquirenti" e "cronisti" per raggiungere quell’angolo ignoto, sconosciuto pianeta a pochi chilometri da Roma, approdo di "disperati" di cui, pare, nessuno s’era accorto. La gente della "favela" nel vedere la polizia scappa. Quelli che restano mostrano ai giornalisti i palmi delle mani "callose", da "scaricatori" a giornata, da "manovali" "in nero" che s’arrampicano, "clandestini", nei cantieri di Roma. Mostrano quelle mani a dire: "siamo gente che lavora". E nell’odore acre dell’incendio, nell’immobilità di due corpi sotto a lenzuola come "sudari", più pesante del fumo la vergogna: vergogna perché si può morire così, alle porte di Roma, per scaldarsi in una notte freddissima.
E il fatto che sia accaduto il 26 Dicembre sembra un "segno", nel nostro Natale di "crisi" sì, ma in una casa calda, e con la tavola "imbandita". Il
"Bambino di Betlemme", aveva detto poche ore prima il Papa, è "un nuovo appello rivolto a noi" perché finisca la sofferenza dei bambini. Perché si argini, almeno, il dolore degli "innocenti", di tutti gli "scandali" il più intollerabile. Su ogni bambino, aveva aggiunto il Papa, c’è il riverbero del "Bambino di Betlemme". C’è infatti, lo si vede chiaro e straziante in quello sconosciuto bambino di tre anni, di cui come di un "milite ignoto" non sappiamo nemmeno il nome. Morto abbracciato a sua madre, in una "capanna". Che schiaffo a Roma, che schiaffo a noi, "brava gente" impaurita dalla "recessione" e però ben nutrita e coperta in questo inverno freddo. La "baracca", il fango di Castelfusano, i palmi delle mani aperte della gente della "favela" romana non siano dimenticate. Come gli occhi, che non conosceremo, di quel bambino, felice perché andava da suo padre, a Roma, in Italia, e gli pareva di entrare in un "sogno".