Alla Stazione di Milano, mentre nevicava

RITAGLI     Addio Signor Franco.     DOCUMENTI
Ricorderemo la tua "dignità"

Nella "miseria" del mondo che vive in quel luogo,
si era conquistato il "rispetto" di chi lo incontrava ogni mattina.

Marina Corradi
("Avvenire", 7/1/’08)

È morto in mezzo alla folla, ma da solo.
Nessuno, nella "sala d’attesa" della
"Stazione Centrale" di Milano, si è accorto che quel vecchio con gli occhi chiusi se ne era andato. Franco Mauri, "clochard", conosciuto in "Centrale" come "il Signor Franco", a indicarne una inconsueta distinzione nel popolo dei "senza-tetto", è morto con estrema "discrezione". Un infarto forse, un attimo nell’alba, mentre fuori nevicava a larghe falde, e i viaggiatori infreddoliti gli si accalcavano intorno, un occhio al tabellone delle partenze e uno all’orologio.
Avete in mente le "sale d’attesa" della "Centrale", con le vecchie piastrelle e i panconi di legno, e l’odore di chiuso traversato quando si apre la porta, d’inverno, da una lama "tagliente" di aria gelida? Si dorme qui, solo se non si ha alcun altro posto che si possa chiamare "casa". Il "Signor Franco", dice ora il "popolo" della "Centrale" – operai, facchini, netturbini – in Stazione viveva, coi suoi 69 anni. Di lui però sapevano ben poco – come per molti
"clochard", un "muro" cala sulla vita di "prima".
Qualcuno dice che teneva famiglia, ma che l’aveva lasciata – dato frequente, fra i "senza-tetto", un fallimento di "affetti" alle spalle. Poco d’altro emerge di questo signore "decorosamente vestito", che non chiedeva elemosina ma portava i bagagli ai viaggiatori; aspettando poi, senza sollecitarla, una "mancia" da poco. Uno che, nella "miseria" ai bordi della Stazione, s’era ritagliato un suo piccolo dignitoso "spazio", un angolo di "sala d’attesa" per la notte, e il rispetto di chi lo incontrava ogni mattina: espresso in quell’"appellativo", "il Signor Franco", in un mondo in cui molti un vero nome non ce l’hanno neppure.
Se ne è andato nel modo in cui viveva, senza farsi notare. Sapeva d’essere malato?
All’"infermeria" ai bordi dei binari chiedeva solo cure da poco. Era forse di quei "clochard" tanto "piagati" dalla vita da non sopportare più un "tetto", né la sola idea di raccontare di sé?
La notte dell’
"Epifania" sulla Stazione deserta, "pachidermica" - il Poeta Testori la chiamò "elefantessa". Gli ultimi treni che partono, poi attorno il silenzio della neve ad attutire gli "echi" della città. Freddo, e settant’anni addosso. L’angolino più tiepido di quella panca dura. Il sonno, esitante e poi profondo, e poi l’alba e l’affollarsi attorno dei primi viaggiatori. Anche "il Signor Franco", senza saperlo, era in partenza, per molto lontano, senza nessuno a salutarlo. E il vecchio che se ne va da solo in una sala affollata sembra un’"icona", in un’alba d’anno nuovo, di altre, larghe, mai confessate nostre "solitudini".