IN TERRA SANTA CON I BAMBINI/1
«Accadde proprio qui a Nazareth?»In fondo, abbiamo tutti dieci anni. Abbiamo bisogno di toccare
con mano.
Come a Cafarnao il paralitico che si fece calare dal tetto di una casa.
Gli uomini, la loro attesa, ecco ciò che rimane sempre uguale.
Sulla riva del lago di Tiberiade, Bernardo chiede:
«Ma le pietre sono le stesse
di allora?».
E se ne mette in tasca mezza dozzina: magari, dice, Gesù le ha calpestate.
Dal nostro inviato a Nazareth, Marina Corradi
Vigilia di Natale, 2005 anni dopo. Sulla collina Nazareth di Galilea nel buio
della notte è una distesa di luci. Luci di case e di botteghe, e della mole
della Basilica dell'Annunciazione, e dai minareti alle sei l'eco della preghiera
dei muezzin, mentre le madri spingono a casa i bambini. Una città in pace, dove
convivono cristiani e islamici e ebrei. Dove nel mercato respiri quell'odore di
caffè turco e spezie, che è il profumo di questa terra, e delle sue antiche
annodate radici. Che strano, dice tuo figlio di dieci anni, per la prima volta
qui nella sua vita, «mi immaginavo Nazareth come la figura di un libro, e
invece è un posto di terra, ci sono le case, le strade, i bar». Un posto di
terra e di pietra, disordinato e qua e là trasandato come le cittadine arabe,
le case affastellate, odore di carne arrostita dai carretti degli ambulanti.
Ma avvenne proprio qui, in questo «posto di terra» tra le colline della
Galilea. In un villaggio che duemila anni fa contava forse 500 abitanti. In
nessuna delle capanne di quell'epoca gli archeologi hanno trovato tracce di ori
o argento. Nulla che scintillasse. Non c'era un solo ricco, a Nazareth. Le
truppe dell'imperatore Tito, che nel 70 dopo Cristo devastarono Gerusalemme per
punire la rivolta dei giudei di qui non passarono. Per quei quattro straccioni,
non ne valeva la pena.
Avvenne qui, il primo inizio. L'annuncio. Qui abitava la prescelta. La
prediletta, fin dall'inizio dei tempi. Al cui confronto, questi duemila anni
passati sono pochi. Ma così tanti per noi: così che, schiacciati sotto il peso
di due millenni, e nell'opaca modestia di queste strade, la sproporzione di ciò
che è accaduto ti ammutolisce.
Camminando nel buio dell'Avvento di Nazareth, senza le luci e le vetrine del
Natale d'Occidente, nel silenzio il bambino ti rimanda come l'eco dei tuoi
pensieri: «Ma come mai, è stato proprio qui?». La prediletta, la amata da
sempre aveva quattordici anni ormai. Era giunto il momento. Da quanti mesi Dio
la stava osservando? «Verbum caro hic factum est», sta inciso sulla pietra
nella grotta dell'Annunciazione.
Quella grotta larga due metri per due, in cui a stento si sta in piedi, era la
casa di Maria. Già nel terzo secolo i pellegrini incidevano sulle pareti «Khaire
Maria», Ave Maria, quando la tradizione orale dei luoghi era ancora viva. E
poi, nei secoli, una dopo l'altra, l'avvicendarsi di chiese sempre distrutte e
sempre ostinatamente ricostruite. Nella quiete dei giorni prima del Natale,
prima che arrivino i pellegrini, quel «Verbum caro factum est» in una spelonca
di tufo risuona con tutta la potenza di un Dio che ha amato un'adolescente, in
un paese dimenticato dagli uomini.
Certo, si fa fatica. Tra le automobili, e i clacson, e la modernità in ritardo
ma comunque arrivata, si fatica a pensare a come dovevano essere questi posti
allora. Quando ci visse per trent'anni quell'uomo. Eppure è una necessità, e
quasi un istinto per chi venga da lontano, cercando di quell'uomo le tracce. In
realtà, ti inoltri per le vie oltre la strada principale continuando a fare
questa marcia a ritroso: come poteva essere allora Nazareth, e cosa è rimasto
uguale?
Getti l'occhio, nei vicoli del mercato, dentro a certe vecchie botteghe di
fabbro, di panettiere, di falegname. Buie, anguste, con l'artigiano intento al
lavoro in un angolo. Guardi quelle assi, senti l'odore di legno, l'uomo è
assorto, non s'accorge dei passanti. Era tanto diversa quella lontana bottega?
C'è almeno qualcosa che è intatto, o tutto è stato macinato dal tempo? Se lo
chiedono, probabilmente, i pellegrini che camminano su queste pietre.
Cana. Le nozze del primo miracolo, furono davvero nel luogo dove si alza la
piccola chiesa costruita nel 1880? L'identificazione dei luoghi non è certa.
Nei sotterranei una grande giara di pietra è uguale a quelle che Gesù, piene
d'acqua, indicò ai servi, e che arrivarono in tavola colme di vino buono. Salim,
la guida dell'Opera Romana Pellegrinaggi, dice che ogni gruppo di pellegrini
chiede, qui, come altrove: ma è stato proprio qui? Quasi aggrappandosi,
nell'immensità del tempo trascorso, alla certezza almeno delle pietre. Anche
mio figlio lo chiede. (I bambini sono come la sezione aurea del pensiero degli
adulti: colgono l'essenziale. Dove il "qui" non allude solo al luogo
fisico, ma, più ampiamente: è successo davvero?) Su Cana, l'identificazione
esatta del luogo del banchetto non c'è. Fu in una casa, di questo villaggio.
Possiamo immaginare quella festa nuziale, come è d'uso, nella bella stagione,
con un gran numero di invitati lietamente a tavola sotto a un pergolato. Canti,
danze, bambini che correvano in cortile. E Cristo fra i commensali, e più in
là sua madre, che s'accorge del vino che manca, e dell'ansia sul viso della
sposa. Sa già bene chi è suo figlio, per rivolgergli quella preghiera
sottovoce? Lui risponde bruscamente. Un momento dopo, un vino di un aroma
straordinario colma i bicchieri. Cana. (È stato proprio qui? Qui, davvero?).
Ma ci sono in Galilea luoghi assolutamente certi. Come Tabgha. Dove Gesù
moltiplicò i pani e i pesci. Nel 380 dopo Cristo, giunse in Terra Santa Egeria,
pellegrina romana, che ha lasciato un dettagliato diario del suo viaggio. Tabgha,
scriveva, era sul lago di Tiberiade, vicino a Cafarnao, lungo la romana via
Maris. Egeria descrive un prato sul lago, sette fontane, dei palmizi, un altare
di pietra da cui i pellegrini staccano schegge come reliquie. La pietra di
Egeria è ancora visibile sotto l'altare della nuova chiesa. È scura, e tutta
frammentata, come spezzata da migliaia di dita ansiose di portarsene a casa un
pezzo. Le pietre, ecco cosa più tenacemente, tra le cose, ha retto al tempo.
Come intuisce il figlio sulla riva del lago di Tiberiade, mentre la guida spiega
che Pietro e gli altri apostoli qui andavano a pescare, e qui, dopo la
resurrezione, a Pietro Cristo affidò la Chiesa. Bernardo: «Ma le pietre sono
le stesse di allora?». E quindi se ne mette in tasca mezza dozzina: magari,
dice, Gesù le ha calpestate.
Abbiamo poi tutti, in fondo, dieci anni. Abbiamo tutti bisogno di toccare con le
mani. Come a Cafarnao, poco oltre sul lago, il paralitico aveva bisogno di
toccare Cristo, e perciò si fece calare dal tetto di una casa. Dalla chiesa
costruita sopra la casa della suocera di Pietro si vedono i resti del villaggio
di allora, un villaggio miserabile, stanze di quattro metri quadrati in cui
dormivano famiglie di dieci persone, chissà che calca sovrumana con quell'uomo
che guariva i ciechi e i lebbrosi in una di quelle casupole, e altri sul tetto,
addirittura, a calar giù il più disperato di tutti, in una bolgia di braccia,
gambe, pianti, implorazioni. Cafarnao dei miracoli: numerose guarigioni
avvennero qui. Ma la gente non si convertì e, come ad avverare la profezia di
Cristo sulla sorte delle città incredule, Cafarnao che era allora fiorente di
mercati, e frantoi, Cafarnao è oggi solo rovine.
Visto dall'alto del Monte delle Beatitudini, il lago è luminoso e quieto,
enigmatico. Lo seguivano, è vero, quell'uomo, le folle, a piedi e per
chilometri. Ma per i suoi prodigi, perché guariva dai mali, o per le sue
parole? Beati i semplici, i miti, gli umili di cuore... Un andare contro il
naturale egoismo, contro la legge del più forte, gli istinti antichi degli
uomini. Quelle povere rovine di Cafarnao, impietrite per sempre davanti al
grande lago chiaro. E tuo figlio, uomo come gli altri, che abbandonato nel sonno
è del tutto simile ai figli degli uomini di duemila anni fa. Gli uomini, la
loro attesa, ecco ciò che rimane sempre uguale.