Quelle mani nascoste e tese, quegli sguardi "fugaci" e "solidali"

RITAGLI     Come si salva un uomo     TERRA SANTA
quando ha visto l’"inferno" in terra?

AHARON APPELFELD.

Marina Corradi
("Avvenire", 7/3/’09)

Aharon Appelfeld, grande scrittore ebreo sfuggito da bambino ai "lager", in un incontro al "Centro Culturale" di Milano ha parlato di "memoria". Non intesa come "Shoah": semplicemente la memoria degli uomini.
Appelfeld era stato un bambino molto felice nella sua famiglia, nella prima infanzia; poi, i "nazisti", la madre uccisa, la fuga in boschi dove gli unici che hanno pietà del piccolo fuggiasco sono dei delinquenti, una banda di "predoni" che, pur insegnandogli il "mestiere", lo adotta.
Una storia terribile dunque alle spalle di questo signore di 77 anni. Che tuttavia è emigrato in Israele, si è messo a scrivere, ha intensamente vissuto e oggi si dice un "ebreo osservante". Ora, la questione della memoria per Appelfeld è necessariamente centrale: come sopravvivere ai ricordi?
Tacerli anche a se stessi, o lasciarli filtrare ferendo come una "lama" la coscienza?
Eppure "censurare" del tutto quella massa che preme, non si può. «Fermarsi a ricordare – dice lo scrittore – significa vivere se stessi». Per chi non è "credente", aggiunge, «la memoria è forse l’unica via per sentire, seppure in limitata misura, che la nostra vita non è solo una esperienza "frammentaria"». Così che, a fronte della sua giovinezza "devastata", Appelfeld dice di avere trovato conforto prima di tutto nella memoria viva dei suoi primi sette anni di bambino amato e felice. Ma dei ricordi più "atroci", quelli che paralizzano anche solo al loro riaffacciarsi, di quelli, che farne? È la domanda degli scampati dai "lager" e dai "gulag", ma anche, oggi, dei "bambini soldato" delle "guerre civili" africane, o delle vittime di sconosciuti "massacri" negli angoli bui del mondo. Come si salva un uomo, se pure è rimasto vivo, quando ha visto le "foibe", o i camini di
Auschwitz levare al cielo il loro fumo? Alcuni, è vero, sopravvivono, ma quasi solo in apparenza; interiormente "annichiliti" e quindi "cinici", oppure in cerca della morte come unico possibile abbraccio di salvezza, come Primo Levi. Altri, invece, tornano a vivere.
Qualcosa li ha salvati. Aharon Appelfeld testimonia a una platea raccolta, in una sera di pioggia nel cuore di Milano, che ciò che ha "graziato" lui e altri è un «barlume di luce intravisto nella fitta tenebra». Chi è scampato, spiega, deve la vita a chi gli ha aperto la porta di casa nascondendolo, o gli ha allungato un pezzo di pane, o lo ha tenuto in piedi quando sfinito stava per crollare a terra. E chi ha fatto questo non ha salvato solo la vita di un uomo, ma anche la sua "fiducia" negli uomini: «Tra i "mostri" attorno ansiosi di divorarlo, nella memoria di ogni sopravvissuto della "Shoah" ci sono anche mani tese, sguardi solidali». "Angeli". Appelfeld lo dice espressamente: «Angeli apparsi nelle ore in cui una tenebra fitta copriva cielo e terra». E a noi ascoltandolo è venuto in mente l’
"Angelus" di Domenica, dove nel commento al "racconto evangelico" di Gesù tentato nel deserto dal demonio il Papa ha detto: «Di fronte a questa figura oscura e tenebrosa che osa tentare il Signore, appaiono gli angeli, figure luminose e misteriose». Angeli, ha aggiunto, «i quali annunciano la presenza di Dio fra di noi, e ne sono un "segno"». Oh certo, gli angeli di cui parla il Papa non sono certo quei poveri uomini impauriti, affamati, minacciati che pure nel vertice del male allungarono un pezzo di pane, o aprirono la porta della loro casa, e spesso di un "convento": «Entra, nasconditi». E tuttavia, qualcosa hanno in comune: anch’essi sono "annuncio", e "segno. «Barlume di luce», come dice il vecchio scrittore ebreo: luce "piccola" nelle tenebre, eppure bastante a sperare, e a continuare il cammino.