IN TERRA SANTA CON I BAMBINI/2

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Il piccolo Bernardo è stupito dai giovani soldati di guardia al muro
costruito da Israele.
Poi corre giù nella grotta fino alla nicchia
dove una stella a 14 punte segna l'Inizio.
Guarda e quindi allunga la mano, come tante altre mani quella Notte.

Ecco Betlemme!

Basilica della Natività.

La "piccola porta" di ingresso...

E la "stella", qui Gesù è nato!

Dal nostro inviato a Betlemme, Marina Corradi
("Avvenire", 24/12/’05)

Quando l'editto dell'imperatore Cesare Augusto ordinò il censimento delle genti di Palestina, e Giuseppe di Nazareth, della casa di Davide, partì per Betlemme di Giuda, quale via percorse dalla Galilea verso meridione, con la sua giovanissima sposa prossima al parto? Sulla strada costiera, la romana Via Maris, i viaggiatori pagavano il dazio. Su quella della Samaria si attraversavano faticose alture. Lungo la strada del Giordano, allora? Non lo sappiamo, ma la valle del fiume è pianeggiante, più agevole il cammino per una donna incinta. Da Nazareth ci lasciamo alle spalle la fertile pianura di Esdrelon, terra «di latte e di miele», e già si inaspriscono i colori, si ingrigisce la terra, man mano che ci si inoltra verso il deserto di Giuda. Colline inaridite, rocce spoglie sotto una luce bianca (Gerico, la città all'orizzonte, in ebraico significa «città della luna»). Quei due in cammino sotto questa luce accecante: sembrava loro forse di andare in esilio, dagli orti rigogliosi di Nazareth - quasi un presagio di ciò che sarebbe stata la vita, con quel figlio che già scalciava nel ventre di lei. Ancora oggi, indica mio figlio stupito, per queste valli girano pastori ragazzini a dorso di asino, come a dorso d'asino è raffigurata Maria verso Betlemme, nei nostri libri di Natale. E, pigramente oscillanti nel silenzio assoluto, branchi di cammelli senza meta. L'uomo e la donna in cammino avrebbero sfiorato, ignari, il segreto convento degli Esseni, la setta rinchiusasi fra le rocce di Qumran alla ricerca di un'assoluta purezza. Le piscine fra le rovine testimoniano dei continui riti di lavacro. Ma quel figlio nel ventre della ragazza in cammino verso Betlemme voleva nascere in una spelonca odorosa di letame, scaldata dalle bestie. Verso Sud, verso il mar Morto, nebbie dense come vapori offuscano l'orizzonte. Abbiamo fatto ormai una lunga strada, e ancora niente. Il bambino, come preso dall'ansia, domanda: «Fra quanto si vedrà Gerusalemme?». È una domanda antica. È la domanda di tutti coloro che nei millenni hanno percorso questa strada di polvere e, oppressi dalla spietatezza delle rocce aride, hanno desiderato di vedere le mura di quella città. Ed eccola, finalmente: il Monte degli Ulivi è sopra di noi, a ottocento metri d'altezza. Ecco le Mura, splendide, come di fortezza. Ma quei due, andavano oltre. A Betlemme di Giuda. Com'era, allora? A Beit Sahur, campo dei pastori, si aprono ancora nel tufo le grotte, nude e scabre come quel giorno. «In quella stessa regione si trovavano dei pastori: vegliavano all'aperto e di notte facevano la guardia al loro gregge. L'Angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce: essi furono presi da grande spavento». Ti fermi allora a guardare l'immensità del deserto, sotto al cielo percorso da nuvole inquiete. Dici a tuo figlio: pensa, era notte, la luce improvvisa nel buio, quella gente attonita, piccoli gruppi d'uomini e bambini che si incamminavano, muti. Lui tace, e guarda: a Beit Sahur è ancora come allora, quei due punti minuscoli all'orizzonte sono pastori, con il loro gregge. Per entrare a Betlemme si passa il Muro. Ce lo si trova addosso all'improvviso, incombente. Nove metri di un livido grigio. Il nuovo check-point sembra un fortino, con le sue due porte a saracinesca pronte a abbassarsi, e le torrette e i cavalli di frisia. I soldati israeliani sono giovanissimi. Impugnano le armi a tracolla e li vedi pronti a ogni evenienza. Uno controlla il telaio dell'auto con uno specchio attaccato a un bastone, per verificare che non ci siano ordigni. Un altro fa aprire i bagagli. «Devo aprire anche il mio zaino?», chiede il bambino. Incrocio i suoi occhi che fissano i fucili, e nello sguardo c'è un balenio di profondo stupore. È la prima volta che vede degli uomini con le armi in pugno a pochi centimetri da lui. Gli leggo lo sbalordimento in faccia. Quei tre soldati, hanno davvero facce da ragazzi. «Ma quanti anni avranno?», chiede mio figlio. «Magari diciotto. Forse sono di leva», rispondo. Betlemme ha la metà delle botteghe e degli alberghi chiusi. Con il Muro, il 50% della popolazione è disoccupata. Chi può, se ne va. «Qui, ora, è come essere in prigione», dice amaro padre Amjed Sabbara, parroco della città. È quasi vuoto il piazzale della basilica, con la piccola porta che fu abbassata perché i turchi non entrassero a cavallo, con sacrilega arroganza. Perché si chinassero, nell'entrare, i pellegrini. Dentro, si allarga la penombra e il profumo d'incenso dell'antica basilica crociata; scintillano le lampade della chiesa greco ortodossa sotto le spazzole dei monaci intenti, sulle scale, alle pulizie per le feste imminenti. Ma è giù, giù la grotta, e ti tira per mano tuo figlio impaziente, giù per le scale, fino alla volta sotterranea, fino alla nicchia dove una stella a 14 punte - come le generazioni della casa di Davide - segna l'alfa, l'inizio, l'epicentro dove andarono convergendo i pastori, quella notte. E un bambino di dieci anni, duemila anni dopo, istintivamente fa ciò che - è probabile - fecero quegli uomini, venuti dai pascoli del deserto a vedere. Prima, Bernardo guarda. Poi, allunga la mano, a toccare. Gli uomini, hanno bisogno di toccare. Chissà quante mani, quella notte, si allungarono timide, esitanti, verso quel Re che sembrava un bambino. Una giovane suora si prostra davanti alla mangiatoia e rimane lì immobile, per un tempo che nella penombra silenziosa appare interminabile. Fecero così i Magi venuti dall'Oriente? Bocconi sulla roccia con le loro vesti di seta e broccato, tra lo sbalordimento dei pastori, i tre re, rovesciati davanti a un neonato avvolto in stracci i loro scrigni traboccanti di ori? Sotto la mangiatoia, nel ventre buio della basilica, un dedalo di grotte ancora. Quella in cui, secondo la tradizione, in sogno Giuseppe fu avvertito di trarre in salvo la sposa e il figlio in Egitto, perché la strage degli innocenti si preparava - il primo sangue pagato per Cristo. Betlemme non è mai stata, e non è oggi, il presepe lieto di luci e neve delle nostre case occidentali. Nella Grotta degli Innocenti, sotto quella della natività, per molti giorni, durante l'assedio della basilica nell'aprile del 2002, hanno trovato posto le bare di due guerriglieri palestinesi uccisi dai soldati israeliani. E pochi giorni fa girava per la città la voce di un possibile attentato del terrorista al-Zarqawi, a Natale. Solo un atroce scherzo su Internet, dicono i francescani, il responsabile è stato arrestato. Ma l'episodio dà la misura di quanto Betlemme non sia quell'immagine stereotipata e dolce che molti immaginano. Quel Muro proprio lì, poi, è una coltellata, una lacerazione aperta. Betlemme, non è il luogo sentimentale e buonista, a cui una certa abitudine l'ha ridotto. Un posto del mondo invece, un posto aspro, dove gli uomini sono come gli altri, dove ci si odia come altrove, e anche di più. In cui però, uomo tra gli uomini, è nato Gesù Cristo. E gli uomini duemila anni dopo vanno a vedere: e ancora allungano la mano, istintivamente, come bambini, a toccare.