Il "testamento" è «domanda dei sani», avverte lo psichiatra Borgna

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quando si è a un passo dalla "morte"

Marina Corradi
("Avvenire", 5/4/’09)

Ai margini del dibattito sul "fine vita", e su quanto questo concetto debba essere "laico", e su che cosa ne determini la "laicità" – dove pare che il carattere non vincolante delle "dichiarazioni" di "fine vita" venga visto come una lesione della piena "auto-determinazione" del soggetto, una "menomazione" della sua individuale libertà – ci continua a tornare in mente quel che dicono, dalle "corsie", i medici che concretamente stanno di fronte e accanto ai malati, negli ultimi giorni.
Sono i dati forniti un anno e mezzo fa dall’
"Istituto dei Tumori" di Milano, dove in 25 anni – su quarantamila pazienti – uno solo aveva avanzato e mantenuto la richiesta di morire. Sono le parole di tanti medici sconosciuti, che nel "dibattito" di oggi non hanno voce, e che dicono come l’immensa maggioranza degli uomini quando ha davanti, imminente e certa, la morte, si attacchi istintivamente alla vita, anche a quella sofferente e "limitata", che a noi sani pare una cosa da poco. Fra tutti, viene in mente ciò che dice Eugenio Borgna, anziano maestro della "psichiatria" italiana, "saggista" per il "laico" "Editore Feltrinelli", che dopo una vita intera passata con le malate nell’"ospedale psichiatrico" di Novara, curandole e anche accompagnandole a morire, afferma che l’"eutanasia" «è domanda dei sani». Che il malato grave tende ad "avvinghiarsi" a quanto, anche poco, di vita gli rimane. Che un conto è guardare alla questione quando si è in piena salute, e dunque in fondo ci si percepisce "immortali", e altro, tutt’altro è lo sguardo di un malato "condannato". E dunque, quello stendere un "testamento" e pretendere poi che sia rispettato integralmente quando fossimo in stato di "incoscienza", contiene in sé una profonda irrazionalità. Perché gli uomini non sono "entità pietrificate", che pensano per sempre allo stesso modo.
Basta invece poco, per farli cambiare.
Un responso, una diagnosi di "tre righe" in calce a un esame. E quella vita malata, "tarpata", magari non più "autonoma", magari bisognosa di una "sonda" per nutrirsi, magari addirittura "assente", cambia, agli occhi di quello stesso uomo, valore. Pareva un "nulla", un "avanzo pietoso", da rifiutare con libertà ed orgoglio: «In quel caso, staccate». E invece l’uomo, così com’è davvero, "nudo" in un letto d’ospedale o di una "clinica" di lusso, quasi sempre, "eternamente" si direbbe, si ribella; e a quel poco di respiro e luce che gli resta, si attacca. Vuole vivere, e a volte come mai prima di allora. (È l’esperienza di quella "Dottoressa" dell’
"Istituto dei Tumori" di Milano, "allieva" di Veronesi, che quando si seppe malata scoprì, ha detto, come ogni giorno ha un valore "infinito").
Allora, tornando allo scontro che imperversa su quel "pezzo di carta", e su quanto e come la volontà del paziente debba essere un "vincolo", vorremmo dire quasi "sommessamente" che la realtà, negli ospedali, è – ci dicono – altra da quella "cristallizzata", "geometrica" e orgogliosa che crede di dichiararsi in un "testamento biologico" dei sani. Altra dalla pretesa che il tuo "no" di giovane con tutta la vita davanti valga come "clausola fiscale" in quel futuro, a noi stessi così "ignoto", che ci attende un giorno. Non è "cattolico" il volere arginare questa ansia di assoluta "auto-determinazione"; è semplicemente conseguente a cos’è, a com’è, "concretamente", quando si ammala, un uomo. (E se poi la domanda di "staccare" persiste anche di fronte alla morte, spesso, nell’esperienza, ciò che la spinge è la "sofferenza fisica" – che può e deve essere affrontata e "lenita" – oppure la "solitudine". Ma in questo caso la domanda vera del malato è: "non lasciatemi solo". E che "tragedia" allora fare finta di non capire, e "abbandonare" alla morte).