Riaprono i "pozzi interiori"

PRECEDENTE     Sotto "schiaffo" l’Italia si svela diversa     SEGUENTE

Marina Corradi
("Avvenire", 8/4/’09)

C’è qualcosa, nelle "cronache di dolore" dall’Abruzzo, che si insinua come fra le righe. Qualcosa come una nota diversa in tanta morte, in tanta "devastazione". Improvvisamente, qui e là, fra le parole gettate concitatamente nei "microfoni" dagli scampati, una nota che stona nella "desolazione". È quando una madre racconta di come è stata salvata la sua bambina, da dei vicini sconosciuti che si sono arrampicati sui cornicioni per arrivare a quella stanza. La bambina è salva, dorme. La madre non si capacita: «Hanno dei figli anche loro, e hanno rischiato la vita per la mia. "Angeli", sono, come devo chiamarli?».
C’è qualcosa, in questa "mole ferrigna" di strazio che sommerge dai "telegiornali", che ci stupisce. È la vecchia di 98 anni che sotto le rovine della sua casa ha aspettato i soccorsi quietamente, lavorando all’"uncinetto", in quel ritmo antico delle dita che tramano e legano: simile allo svolgersi fra le dita di una corona di "rosario". O il giocatore dell’
"Aquila Rugby", ventenne, un "colosso", che in quell’alba di "macerie" s’è caricato in spalla una donna e poi suo marito – salvi, dalla loro casa crollata. E su quelle grandi spalle si è poi lasciato mettere da tanti altri, come un "giogo" accettato, malati in "sedia a rotelle", e materassi, e fornelli – poveri resti per sopravvivere. Con quelle spalle da "rugbista", con quelle mani come "badili", instancabile – a scavare, per gente mai vista.
È questo che ci stupisce dall’Aquila, molto più che le "polemiche", e le accuse, e la consueta rabbia. Ci stupisce che in una simile esplosione di dolore e di male, gli uomini reagiscano. Come un "pugile" che ha incassato un formidabile colpo e, alle "corde", si riscuote e torna a combattere. Che si raccolga così la "sfida" del dolore, introduce un fiato di meraviglia nell’abitudine stanca con cui spesso guardiamo a noi e agli altri. Cos’è che spinge degli uomini a rischiare la vita per uno sconosciuto, a "svangare" nel fango la notte intera, senza sentirsi stanchi? (Quegli stessi uomini che fino al giorno prima erano assolutamente come gli altri, magari "cinici", o arrabbiati, o pigri tentatori della "buona sorte" al "lotto"). È, sembra, lo stesso dolore che sfida. E riapre dimenticati "pozzi interiori", e nello "schiaffo" provoca: c’è una "sorgente", lì sotto, che avevamo dimenticato di avere. Generosa, gratuita; come "straniera", in un mondo che normalmente non dà niente per niente.
Si chiama questa "sorgente", parlando cristiano, "speranza". Quella "speranza" che
Charles Peguy definì «una irriducibile». Quel non arrendersi, anche quando tutto sembra perduto. L’improvviso scoprire che il vicino di cui non sai il nome, vale tanto per te da sfidare la massa minacciosa dei muri spezzati e incombenti, per salvare la sua bambina. Come se quel vicino fosse un "fratello". Come se davvero, alla radice, fossimo tutti "fratelli".
È un’altra "Italia" quella che s’è vista in "tv" e sui giornali in questi due giorni. Nella gente d’Abruzzo e nelle "colonne" di mezzi di soccorso che già all’alba di Lunedì si mettevano in marcia da ogni parte d’Italia verso
L’Aquila. Nei "volontari" e nelle offerte di case, di viveri, di "pannolini". Nelle cento "sottoscrizioni" aperte, e indicate da tutte, tutte le "tv" e i giornali. In questo tempo di "crisi". Dove fino a ieri l’Italia, cupa e "depressa", sembrava chiusa nelle sue paure e partigiane "rivendicazioni".
La sfida del dolore, come un "manrovescio", ha rivelato un Paese spesso ignoto agli italiani stessi. Una faccia generosa, che rischia, che non calcola. Un’Italia amante della vita. In questa settimana di "Passione" e di morte, ci ha stupito, ci ha lasciato muti la madre che raccontava di quegli "angeli" che le han salvato la figlia; e il "gigante" dell’"Aquila Rugby", accanito, ansante, quella notte, su tutta un’altra "meta".