La "colletta" nelle Chiese per dar carne alla "speranza"

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che ricominciano da capo

Marina Corradi
("Avvenire", 18/4/’09)

È una questione di "speranza". La "colletta" per i "terremotati" d’Abruzzo che verrà fatta domani in ogni Parrocchia d’Italia è una questione di "speranza". Non semplicemente di soldi – per quanti ne occorrano, e molti, per ridare una casa a ventimila "senza-tetto", una sistemazione provvisoria a chi attende di riparare le tracce degli artigli del "terremoto", o una Chiesa a chi prega in una "tenda". La mano che verrà tesa ai fedeli italiani, a "Messa", chiede un aiuto concreto, eppure domanda anche altro. Domanda un "segno": un essere accanto a queste popolazioni di una regione chiusa tra le montagne, non ricca, una terra da cui da sempre si "emigra". Terra spesso rimasta "antica". Terra che non ha perduto la sua "memoria" (su quante, delle pareti in bilico sulle case "sventrate", in questi giorni abbiamo visto ancora appese quelle "immagini sacre" che nelle nostre "case moderne" ignoriamo). "Solidarietà", dunque, certo. Ma perché, una questione di "speranza"?
Per dirlo dobbiamo ricorrere alle parole che abbiamo sentito, nelle "tendopoli", accanto alle "rovine", da Preti, Suore, semplici "cristiani". Perché un giornalista arriva da Milano, sa di avere intatta la sua casa, i suoi figli, e davanti a chi ha perso tutto prova quasi una imbarazzata "vergogna". Domandi allora, come abbiamo chiesto noi a una Suora con i capelli grigi, a Collemaggio, "sfollata" da un Convento duramente "lesionato": e adesso? La vostra casa, la vostra scuola, e ora? E quella con i suoi sessant’anni, "quieta", risponde: «Se Dio ci ha tolto tutto, significa che vuole che ricominciamo da capo». Semplice, parrebbe quasi (ma quanto atrocemente difficile per noi, gente "normale", che fa conto su ciò che possiede). Dio, ci han detto a Collemaggio, vuole che ricominciamo da capo.
Fede "antica", ti dici allora, fede d’altri tempi e d’altre generazioni, mormori tra di te andandotene. Ma poi incappi in un altro, un Prete del "Sud" venuto qui ad aiutare, Don Pasquale, trent’anni e una faccia da ragazzo. Anche a lui chiedi conto, chiedi ragioni davanti a tanto dolore, nelle "tende" di Onna, il paese della "strage". «Un vecchio, ieri – risponde lui – mi ha detto: questo, è un "castigo". Non è vero, gli ho risposto. Tutto questo strazio, deve essere per un bene più grande».
(Che è, declinato in poche parole sotto a una "tenda", nel freddo di una sera d’Abruzzo, concetto "agostiniano": ogni male, è per un bene più grande).
Memoria "cristiana", fede "ereditata". Ma sentire parlare così uno che potrebbe quasi essere tuo figlio, credeteci, meraviglia e commuove. Come commuove il giovane Prete polacco, Parroco di Arischia, sull’Appennino, che all’alba di quel Lunedì è tornato nella sua Chiesa "disastrata" e pericolante, per portare in salvo le ostie "consacrate".
C’è una "speranza" in Abruzzo, nella "Chiesa" di Abruzzo e nella gente che in questi giorni vedevi a "Messa", senza che fosse Domenica, attorno ad "altari" improvvisati sulle "cucine da campo". La terra li ha traditi, la casa li ha traditi, e in molti hanno addosso un lutto "lacerante" – un figlio, un padre che non hanno fatto in tempo a salvare. Eppure, più che rabbia, più che "ribellione", vedi qualcosa che sembra ora una percossa ma tenace "fedeltà", ora un tenere duro da "roccia", ora, come in quella Suora, in quel Prete, una "speranza" certa. Qui hanno bisogno di case, di scuole, di tutto, e per questo domani nelle Chiese verrà stesa la mano.
Ma nel ricostruire, nel ridare – almeno ciò che umanamente può essere ridato – c’è il senso dell’alimentare e abbracciare la "speranza" di un popolo. «Da questo male, un bene più grande», è il "respiro" che abbiamo ascoltato in Abruzzo. La "speranza" degli uomini è fatta anche di case, "mattoni", fabbriche. La "speranza" è anche "carne", e va nutrita (anche in tempi stretti, di "crisi", ci viene detto: qualcuno è più povero). Occorre dare un "segno".
Laggiù ci credono: «Dio, vuole che ricominciamo da capo».