Accaduto ieri a Roma e lascerà il "segno"

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tra un bambino e il Papa

Papa Benedetto racconta a braccia aperte la chiamata di Dio...

Marina Corradi
("Avvenire", 31/5/’09)

"Dialogo" fra il Papa e un bambino. «Ma tu, avevi mai pensato di diventare Papa?». E lui, Benedetto: «Non me lo sarei mai immaginato. Ancora ho difficoltà a capire come il Signore abbia pensato a me, destinato proprio me a questo "ministero", ma lo accetto dalle sue mani, anche se è una cosa che va molto oltre le mie forze. Ma il Signore mi aiuta». Accade spesso, e chi ha figli lo sa, che siano i bambini a fare le domande più autentiche: quelle che mettono a nudo, e costringono a guardarsi dentro. Ma tu, avevi mai immaginato di diventare Papa? No, ha sorriso Benedetto XVI, riandando col pensiero a sé, bambino nella Germania della guerra: «Ero un ragazzo abbastanza ingenuo, in un piccolo paese». Ma il giovane "interlocutore" ha spinto il Papa ancora oltre nella sincerità. Quell’«ancora ho difficoltà a capire perché il Signore abbia scelto proprio me» sa di un interrogarsi interiore lungamente frequentato, dal giorno dell’elezione al "soglio" di Pietro; forse già dalle ore in cui sapeva che i voti del "Conclave" convergevano sulla sua persona.
«Perché proprio me? Questo compito va oltre le mie forze». Il segreto "lavorio" della coscienza del Papa, rivelato dalla domanda di un ragazzino. E ci sarà forse chi se ne stupisce, e chi se ne smarrisce: il Papa, che avverte il suo compito superiore alle sue forze? Che si domanda perché è toccato proprio a lui? Certo, è difficile immaginare che si pongano questa stessa domanda i Capi delle nazioni, e i Presidenti delle "multi-nazionali" che governano il mondo. Non hanno di queste inquietudini, solitamente, gli uomini che praticano il potere. E se proprio qualcuno glielo chiedesse, se fossero sinceri direbbero: sono qui perché sono il migliore, il più intelligente, il più abile, il più scaltro. Sono qui per il mio merito e per la decisione con cui ho costruito il mio personale progetto. E invece l’uomo che siede sul "soglio" pontificio ragiona in tutta un’altra prospettiva. Quella di chi è stato scelto per un compito, che non immaginava e a lui stesso pareva troppo gravoso.
Quella di chi, tuttavia, aderisce ad un "disegno" non suo: certo che Dio lo aiuta. La differenza di sguardo, contenuta in quella breve risposta, è radicale. È lo scarto fra la vita intesa come un proprio "auto-centrato" progetto, o invece come un disegno di Dio, cui liberamente aderire. Nel "mondo" è così obbligatoria e diffusa la prima prospettiva – la tensione a seguire se stessi, le proprie inclinazioni, e il denaro, la gloria, il potere – , che la risposta del Papa a qualcuno potrà sembrare quasi incomprensibile. Invece quest’uomo ci dice semplicemente che, lì dove è seduto, non ci si è portato da sé, né ha lavorato in tal senso. Ci è stato chiamato, messo, da un disegno altrui e sconosciuto, cui pure ha consentito, per servire la Chiesa. Perché i cristiani sanno che c’è un disegno per ciascuno: umile, apparentemente comune, o straordinario, ma in nessun caso irrilevante. La risposta dell’uomo a questo disegno si chiama "vocazione": ciascuno ha la propria, ognuno è chiamato a un compito, in cui realizzerà la propria vita. Non solo per sé, ma per gli altri. Ogni vita è servizio per gli altri. Ora, oggi questa idea dell’umano destino può apparire sorprendente e scandalosa, nel tempo in cui libertà è solo "culto" e soddisfazione di inclinazioni, gusti, o di mode. Per il cristiano invece il destino è in un "sì"; in fin dei conti, in una "obbedienza". Ma questa parola da molti anni non piace: vecchia, impronunciabile, proibita. Che assurdità: il nostro destino, ce lo fabbrichiamo solo da noi. E Dio, se anche c’è, è un Dio che con la nostra vita, quella di ogni mattina, non c’entra. «Ancora ho difficoltà a capire come il Signore abbia potuto pensare a me…». Piccolo, scandaloso "dialogo", a Roma, tra un bambino e un cristiano.