Dopo i "rinvenimenti" lo sappiamo ancora di più

RITAGLI     Cristo affidò la sua "Chiesa"     DOCUMENTI
a uomini in carne e ossa

Marina Corradi
("Avvenire", 30/6/’09)

«Tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato con oro zecchino... Grani di incenso rosso... Piccolissimi frammenti ossei, sottoposti all’esame del "carbonio 14"... risultati appartenere a persona vissuta fra il I e il II Secolo».
Le parole di
Benedetto XVI nella Basilica di San Paolo fuori le Mura descrivono minutamente l’inventario di ciò che una "sonda" ad alta tecnologia introdotta nel "sarcofago" sotto l’altare ha trovato. Lino color della porpora, intessuto di oro: quel defunto era stato avvolto in un "sudario" da imperatore. Sepolto come un re, sulla strada verso Ostia, sul luogo noto per il "martirio" di Paolo. «Ciò – dice il Papa dopo un istante di pausa – sembra confermare l’unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti mortali dell’Apostolo». Il corpo di Paolo. Le sue ossa, incenerite da due millenni; la sua ultima veste drappeggiata sulle membra "straziate", che ancora, nel buio sigillato della tomba, luccicano d’oro e di porpora, il colore del "martirio".
In qualcuno, nella folla dei fedeli, e tra quanti il giorno dopo hanno saputo, un tonfo al cuore. Paolo è lì. Così come
Pietro, in Vaticano. La tomba di Pietro è stata identificata, quasi sessant’anni fa, in un’"edicola funeraria" esattamente sottostante l’altare centrale della Basilica. Sulla "lapide" era inciso, in greco: "Petros enì", "Pietro è qui". E anche di Pietro furono rintracciate, dall’archeologa Margherita Guarducci, le ossa: frammenti d’ossa avvolti in porpora e oro. Fu Paolo VI, il 26 Giugno 1968, a dichiarare: "Pietro è qui". Ma, potrebbe obiettare un "non credente" o un cristiano "distratto", avete bisogno di queste ossa? A cosa serve, nella dinamica della Chiesa e della fede, quel povero cumulo d’ossa "prosciugate" dal tempo? Paolo, Pietro, non contano forse per ciò che ci hanno lasciato? Sì, certo. E tuttavia il corpo, tuttavia la carne è cosa straordinariamente rilevante, in questa storia di terra e di radici su cui sono piantate, come cose vive, le "Basiliche" della cristianità.
È la ragione per cui la Basilica di San Pietro sorge sulla verticale di quella tomba, anche se poi la "lapide" e i "graffiti" vennero dimenticati per secoli. L’altare centrale è esattamente sopra quella piccola "edicola", e la verticale della cupola cade proprio su quel punto del sottosuolo – come un raggio tagliente, o una ferita, fra la terra e il cielo di Roma. In alto, dentro all’anello da cui si affacciano attoniti i turisti, sta scritto: «Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo aecclesiam meam». "Super hanc petram", su questa pietra; su questa, e non altrove. E ora anche a San Paolo fuori le Mura le "sonde" e il "carbonio 14" ricostruiscono composizione chimica e età del contenuto di una tomba. Un uomo vissuto nel Primo Secolo, sepolto con gli onori di un re. I resti di Paolo.
Ha bisogno il "cristianesimo" di queste ossa? A stretto rigore si potrebbe dire di no. E tuttavia Cristo ha affidato la sua "Chiesa" a degli uomini, uomini di carne e di ossa. Non a discorsi, non a "eteree" parole ha consegnato il suo "mandato": ma a uomini, che da una generazione all’altra lo trasmettessero ai figli. E noi, cronologicamente di questi figli gli ultimi, siamo emozionati e commossi dal sapere che, sotto le pietre delle nostre "Basiliche", ci sono i corpi dei primi dei "Santi". I loro volti, le loro mani, le instancabili forti gambe di Paolo: certo, polverizzate dai secoli, e però resti di carne. Vuol dire una gran cosa, quella tomba, quelle tombe, lì, e non altrove: vuol dire che crediamo in un fatto che è storia, storia "carnale" di uomini, e non "leggenda", "filosofia", o, come tristemente si equivoca oggi, astratti «valori».
Crediamo in un Dio uomo che ha scelto Pietro, e che ha mandato Paolo, il suo "persecutore", a annunciarlo. È storia. Sui luoghi del "martirio" restano tombe con incensi e ori. E noi, uomini di ossa e carne, siamo grati di questi "segni"; perché, da uomini, abbiamo bisogno di "toccare".