Hanno fatto fronte alla pretesa "rapace" della morte

RITAGLI     Storie di "eroi" veri tra i binari di Viareggio     DOCUMENTI

Marina Corradi
("Avvenire", 5/7/’09)

Nel giorno in cui a Viareggio si allestisce la "camera ardente" con ventidue bare, e molte di bambini, si rinnova, a questa parata di morte, lo sgomento per una "strage" dalle apparenze assurde. L’acciaio di un carrello, roso forse da un difetto, o dall’usura, che cede; la cisterna che lascia sfuggire il "gas", la scintilla, l’esplosione. Il fuoco che entra nelle case come un ladro, e avvolge la gente nel sonno, o la avvinghia per strada. Poi, dopo lo "strazio", la rabbia, così umana: come è stato possibile? Chi ha mancato i controlli, chi ha chiuso gli occhi, e ha permesso che tutto accadesse? E accanto alla rabbia lo sgomento: quei bambini, perché?
Quasi dimentichi, nella quiete di questo nostro paese da tanto tempo in pace, che ogni giorno nel mondo esplodono violenze anche più grandi; che il male esiste, generato dalla libertà degli uomini, e che, ricorda
Paolo, «l’ultimo nemico a essere distrutto sarà la morte». Rabbia, "orrore", sgomento.
Da Lunedì all’alba, il nome di Viareggio è circondato da quest’"aura". E tutto è vero e angoscioso; come la sorte di quei feriti dal destino ancora in bilico, negli ospedali. Come la coscienza che un’"avaria" inavvertita può essere la crepa nella realtà che scatena, in una notte d’estate, un’"apocalisse".
Ma in tutto questo, forse si è parlato troppo poco di un ultimo elemento di quella mezzanotte in
Versilia. Di quegli uomini, che con un coraggio che ignoravano di avere si sono opposti, per quanto potevano, alla morte che si allargava sulla città. A quel "capo-stazione" per esempio, che alle prime esplosioni – vicine, vicinissime al suo ufficio sui binari – ha avuto la lucidità di pensare che due treni passeggeri stavano entrando in stazione, e interrompendo la corrente li ha bloccati. Due treni carichi di gente addormentata, centinaia di uomini e donne e bambini che andavano a infilarsi diritti nell’"inferno". Dovere?
Forse, ma quanto può il dovere quando la morte sta per venirti addosso? Coraggio, invece; il coraggio di pararsi di fronte a quel fantasma maligno di "gas", avendo a cuore la sorte di centinaia di sconosciuti. O, invece, l’"appuntato" dei carabinieri che si è gettato su un pachistano ridotto a una "torcia", e lo ha salvato; e ora è ustionato gravemente, in ospedale. Il "capo-stazione"
Carmelo Magliacane, l’"appuntato" Paolo Provvidente, così si chiamano; e quegli altri che si sono gettati nel fuoco per strappargli una sorella, un amico, in un istante capaci di dare la vita per l’altro: ecco, nel dolore, nella rabbia, queste storie sono come una luce in fondo al buio. Strane storie di "eroi" che non sapevano d’esserlo, di "anime grandi" nascoste sotto ai vestiti più comuni. Uomini che, di fronte alla pretesa di rapina della morte, alla sua sfrontata "arroganza", le si sono parati contro, dicendo, nel nome di un fratello o di cento sconosciuti: questi no, non li prendi. Non vanno dimenticate, le luci nel buio e nel cielo d’"inferno" di Lunedì a Viareggio. In quella maligna "razzia" del male, in quella incursione di tenebre su una città addormentata, sui letti dei bambini, nel fuoco, nello "strazio", ignoti "guerrieri" han combattuto e strappato vite al nemico. Testimoni di un amore possente, tanto da superare l’istinto atavico della sopravvivenza.
E se Viareggio "razziata" in una notte è un luogo, fra mille altri, di un "disegno" che non possiamo decifrare, quei solitari "guerrieri" tesi a contendere l’altrui destino alla morte sono un segno: di un amore più grande, che alberga fra uomini all’apparenza come gli altri; di un "destino" non cieco, ma buono, che ci attende – quando tutte le tempeste saranno passate.