IN TERRA SANTA CON I BAMBINI/3

Il Cenacolo, l’Orto degli ulivi, il Santo Sepolcro.
Si conclude qui il sopralluogo nei luoghi che hanno visto dipanarsi
i momenti fondamentali della vicenda terrena di Gesù.
Luoghi carichi di memoria viva e ricca di provocazioni
per l’uomo e la società di oggi.
Dove la storia è diventata un avvenimento che ha cambiato il mondo.

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A San Pietro in Gallicanto, il luogo del rinnegamento.
Al Dominus flevit crescono ancora gli arbusti
con cui venne fatta la corona di spine.
Camminare in queste vie diventa una sfida al tempo.
E le domande di un ragazzino costringono a dare risposte che «pesano».

Vista su Gerusalemme...

Dominus Flevit, finestra della Chiesa.

Basilica delle Nazioni, all'Orto degli Ulivi.

Edicola del Santo Sepolcro.

Dal nostro inviato a Gerusalemme, Marina Corradi
("Avvenire", 7/1/’06)

Nell'Orto degli Ulivi gli alberi hanno il tronco massiccio e nodoso, i rami contorti, come venuti su a fatica e negli stenti, strappando linfa a una terra avara. Creature possenti e tormentate, vecchie alcune di mille anni, paiono testimoniare il luogo dell'abbandono, dove cadendo nel sonno gli uomini lasciarono solo Cristo ad affrontare il suo destino. Ce ne stiamo nell'Orto a guardare gli ulivi millenari, mio figlio e io, sotto a un cielo di pioggia. Non c'è nessuno. Il bambino indica l'ulivo più antico, poderoso come un castello: "Questo, non poteva esserci, duemila anni fa?".
No, duemila anni sono troppi per un albero. Ma lui continua a cercare per tutta la Terra Santa i testimoni di quei giorni: nelle pietre, negli ulivi, cosa è rimasto intatto, che cosa, sia pure inerte, c'era, ed è stato magari sfiorato, in quei giorni, da un passo, da una mano.
E camminare per Gerusalemme diventa allora sfida al tempo, per noi immenso, che ci separa da quei giorni. A quel tempo infinito per gli uomini, che rischia di sfumare in leggenda la storia.
Cercando le pietre più antiche. È piena di pietre, Gerusalemme. Quelle delle arcate vertiginose delle Piscine Probatiche, dove i malati secondo la tradizione attendevano ai bordi che un angelo agitasse le acque, e il primo che si fosse immerso sarebbe stato guarito. Ma non era mai il primo il paralitico nato, che attendeva da 38 anni, e che nessuno portava all'acqua, quando si agitava. Nella folla di miserabili lo sguardo di Cristo su quell'uomo rattrappito e solo, e parole imperiose: alzati e cammina. Lo storpio accovacciato su se stesso dalla nascita che si tira su dal giaciglio, sotto gli occhi della gente ammutolita. Guardano lui, e guardano quell'uomo, lo seguono le folle adoranti: un mago, un profeta?
Accanto a San Pietro in Gallicanto c'è ancora un pezzo di strada romana, quasi intatto. Ha i gradini arrotondati dalle piogge e dai millenni. "Per di qui, quindi, Gesù e gli apostoli sono passati?", chiede Bernardo, e va su e in giù per la scalinata, chinandosi a sfiorarne le pietre lisce. Sì, per di qui sono passati. San Pietro in Gallicanto è il luogo del rinnegamento. E tra questi orti sulle pendici della collina un gallo canta ancora, ripetutamente, come in quell'alba. "Ma come ha fatto, a dire che non lo conosceva?", non si capacita il bambino. "Forse, aveva paura di morire. Come quasi tutti gli uomini", rispondo. "Però - ribatte lui - è stato perdonato, tanto che ha fondato la Chiesa". E questa certezza pare cancellare in mio figlio la notte buia del "non novi illum". Anche di Giuda domanda; chiede dov'è, il posto in cui Giuda si è impiccato, e dall'alto guarda a lungo, assorto, quello che chiamano il Campo del Sangue. Lo vedi dibattuto da una domanda che non osa fare: come è possibile che Dio non abbia avuto pietà anche di un solo uomo? Ma l'orizzonte aspro di Gerusalemme ci incombe addosso, e ce ne andiamo tutti e due in silenzio.
Il Cenacolo è vuoto. L'austerità della sala ammutolisce un adulto, quel vuoto di pareti grigie, che rende più intensa la memoria di ciò qui è accaduto. Ma: "Vorrei che ci fosse almeno il tavolo ancora", dice il bambino, più capace di un'immaginazione piena, carnale, dove la cena è tavola imbandita, piatti fumanti, calici pieni, e forse, fra i piedi degli Apostoli, dei gatti, a raccogliere gli avanzi del cibo, come questo che s'è insinuato qui oggi pomeriggio. Era la cena della Pasqua, era carne, era vino; era festa - l'ultima, struggente di addio. È troppo vuota questa stanza. "Almeno ci fosse il tavolo, ancora".
Poi, la sfida delle pietre di Gerusalemme cade nel vortice delle ultime terribili ore. Al Dominus flevit crescono ancora gli arbusti con cui si fece la corona di spine: sono lunghe, spietate. Nei vicoli stretti del suk, non così cambiati, si snoda la Via Dolorosa. Merci abbondanti e mercanti che gridano, rumori, profumo di pane e di spezie, la folla che ti urta frettolosa, i carretti degli ambulanti che ti sfiorano. In questo turbinio indifferente di gente distratta dovette procedere la processione di Cristo con la croce sulle spalle; un condannato come gli altri, i più si voltavano appena. Sulle pietre del Litostrato sono rimasti, come a perenne memoria, i tracciati dei giochi di dadi dei soldati romani. Bernardo li guarda. Potrebbe giocarci lui, oggi. E pare di vederla e di sentirla, in questo mercato arabo nel cuore di Gerusalemme, quella folla di soldati, ebrei, mercanti, bambini, donne, ciascuno alle sue cose intento, alzare distrattamente lo sguardo e subito distoglierlo, mentre Cristo flagellato passava. Massacrato, già coperto di sangue. "E se un condannato", chiede mio figlio, "non ce la faceva, a portare la croce?". Ce la doveva fare. Anche questo era lo spettacolo, ciò che destava l'attenzione del popolo di Gerusalemme. Che Cristo è caduto per tre volte, lo sappiamo. Ma qui, nello snodarsi del suk, la via Crucis rivive, e ti pare di vedere questa folla, sbeffeggiante, ostile, mentre l'aria manca a un uomo in agonia nei vicoli angusti.
Poi, la quiete buia del Santo Sepolcro appare misericordiosa. Mio figlio resta a guardare i fedeli che ungono con profumi all'ingresso la Pietra dell'Unzione. Le donne la accarezzano con le mani, la baciano. Come fosse successo ieri. E, salita la ripida scala, ecco il Calvario. Sotto l'altare, da un buco si arriva a toccare la roccia in cui fu infissa la croce. Quante mani nei secoli? E cosa d'altro, di ciò in cui credevano gli uomini duemila anni fa, è ancora vivo? Mio figlio di dieci anni in fila con gli altri, dopo milioni di altri, per toccare quella roccia.
La mattina della domenica alle sei e mezza torniamo. Nell'edicola del Sepolcro a quest'ora non c'è nessuno: solo noi due, e quella tomba vuota. Si sta lì zitti, increduli di quella solitudine, come di un raro privilegio, nella luce oscillante delle candele. Si sta tranquilli, in pace, senza bisogno di parlare. La Croce è a poche decine di metri da qui, separata dal Coro dei Greci. Di là la morte, di qui la resurrezione. E mio figlio si è messo in mente che li vorrebbe traversare, quei pochi metri che separano la morte dalla vita, e per mano mi conduce attraverso il Coro dei Greci che è di mezzo. Ma il cammino è chiuso, non si passa. Non si può. Non ora, non adesso.
Alle spalle dell'edicola del Sepolcro, come speculare, c'è la cappella dei Siriani. Dall'apparenza abbandonata e devastata, sull'altare una pala annerita. In un cunicolo si scorgono tombe giudaiche scavate nella pietra. Così doveva apparire il Sepolcro allora. Un buco nella roccia, loculi che venivano chiusi con macigni dentro a grotte oscure. Qui, la morte di Cristo, vera morte, la vedi davvero, qui il sabato santo è pieno e autentico. "Andiamo via di qui, mi fa paura", dice mio figlio. E tu ti immagini Maddalena lì davanti, ostinata più della morte. C'è stata una che è rimasta lì a aspettare, ed è stata la prima a vederlo risorto, dici a tuo figlio andando via. E speri che, di tutto, gli resti una frase incisa su una lapide sul lago di Tiberiade: "Queste parole, non sono leggende. Cristo viene ancora, per chiunque getti le reti sulla sua parola".