UN PAESE IN ATTESA PER TOMMASO

RITAGLI   PER UNA VOLTA UNITI   DIARIO
OLTRE LE DIVISIONI

Marina Corradi
("Avvenire", 5/3/’06)

Gli italiani ieri erano in attesa. La radio spesso accesa, e nei bar e nelle case una domanda che si ripeteva: del bambino, non si sa niente? Per un giorno le liti fra destra e sinistra passate in secondo piano, e anche le minacce di Gheddafi. Per un giorno, qualcosa toccava la gente con la forza degli eventi in cui ci si immedesima profondamente. Quelli che hanno dei figli, o dei nipoti, erano presi dentro come da un'ansia magari costretta sotto altri pensieri, ma presente. Come se qualcosa non fosse in ordine, come se non si potesse sentirsi tranquilli sapendo del casolare là in mezzo alla pianura emiliana, con quei due impotenti ad aspettare la grazia di una telefonata di poche parole: l'abbiamo trovato, è vivo.
Genitori e nonni, per una volta oltre le divisioni della politica e del censo, accomunati da quella magari inconsapevole attesa. Perché tante cose ci dividono, in questo tempo in cui la memoria d'essere un popolo viene incrinata ogni giorno da risse, accuse, disprezzo dell'altro. Ma restano almeno, al fondo, delle certezze radicali, che a volte solo i drammi vengono a ricordarci.
Tutti abbiamo dei figli, o immaginiamo che un giorno potremmo averne; tutti, comunque, siamo stati bambini, e possiamo intuire cosa sia l'essere strappati a tua madre, nella notte, da estranei minacciosi e brutali. È la paura che abbiamo avuto, da piccoli, soli nel buio prima di dormire, nell'intendere un fruscio, un rumore strano: la paura antica di un male da cui le porte e le mura di casa potrebbero non bastare a proteggerci. Tutti sappiamo, dunque, non cosa è successo in quella cascina di Casalbaroncolo, ma ciò che quei due genitori hanno avuto nel cuore, e il terrore scoppiato nella testa di due bambini.
Aspettando, dunque, l'ora del giornale radio. Domandando agli amici, nell'incontrarsi: «Si sa nulla?». Tornati, per una volta, a aspettare qualcosa insieme, e non la vittoria propria o la sconfitta dell'altro, ma desiderando assieme la stessa buona nuova. Forse solo un bene radicale come l'inviolabilità di un bambino è capace ancora di ricordarci che cose più profonde e più umane delle differenze che ci dividono, sono quelle che ci tengono insieme.
Aspettando, e immaginando - tra le incombenze del sabato, e parlando d'altro - quanto terribilmente vuota sia una casa, dove è scomparso un bambino di 17 mesi. Dove i suoi giochi, i bavaglini, i pannolini sono dappertutto, nel festoso disordine delle case in cui è arrivato un nuovo figlio. Sperando: che quel telefono muto suoni, e sia vero. L'hanno trovato, è vivo. Presi i lupi che in una notte di pianura hanno violato una casa, e tutto ciò che fra gli esseri umani è imperativo rispettare. Come un ordine interiore che non si può contraddire, a pena di uscire dal consesso di quelli che chiamiamo uomini.
Sperando, di vedere quella donna finora terrea e piangente nelle telecamere, improvvisamente radiosa, irriconoscibile. Perché non c'è gioia come credere d'aver perduto un figlio, e vederselo restituire. È una resurrezione: era perso, e te lo hanno ridato. E quella donna avrebbe allora la faccia di una regina: nessun regno, nessuna ricchezza vale quell'abbraccio ritrovato. Viene buio, e in Italia si aspetta. Che torni, quel bambino biondo. Non lo conosciamo, ma ci pare di conoscerlo tutti.