C'è un atteggiamento comune tra i missionari che partono

RITAGLI  Quelli che mettono in conto  DIARIO
di dare proprio tutto

Marina Corradi
("Avvenire", 23/6/’06)

È un elenco infinito. Negli stessi giorni in cui veniva assassinato don Andrea Santoro, altri missionari hanno incontrato la morte negli angoli più lontani del mondo. A Bujumbura, in Burundi, è morto padre Elie Koma, gesuita; in Nigeria un sacerdote, Michel Ejere, è stato bruciato nei disordini scoppiati a Maiduguri. Su queste vittime non c'è stata l'eco mediatica che ha accompagnato l'omicidio di don Santoro, ma quel più consueto quasi-silenzio che accompagna abitualmente la morte violenta dei missionari. 163 martiri cattolici tra il 2000 e il 2005, calcola l'agenzia Fides nella giornata che del martirio cristiano fa memoria; un susseguirsi di croci che non finisce mai, e, salvo qualche eccezione, non desta scalpore. Come fosse nei conti dei missionari stessi quell'ipotesi, già consapevolmente accettata nel giorno primo della propria scelta: che non siano abbastanza trenta o quarant'anni in Africa o in Asia, e il dare tutto a educare, sfamare, costruire pozzi per uomini di cui nessuno si ricorda. Che non sia abbastanza ancora quel generoso fare, e venga chiesto a qualcuno, infine, tutto, davvero. La vita intera, da offrire anche quella, come l'ultima cosa ancora trattenuta fra le mani: morire uccisi in posti così lontani che quasi l'eco di quella fine non arriva in patria; morire oscuramente, come grano che marcisce nella terra. Ma, ciò che meraviglia e sbalordisce quando parli coi nostri vecchi preti sparsi per il Terzo Mondo, è il vedere il modo in cui essi stessi guardano all'eventualità - sempre presente per chi sia missionario in Africa, o in America latina - di non tornare, di essere uccisi per la loro fede. Uccisi perché, con la parola e con la stessa presenza, sono magari d'intralcio ai guerriglieri o ai loro nemici, o d'ingombro ai traffici loschi e agli interessi dei potenti. O, come don Santoro, simboli da annientare nell'avanzata dell'integralismo islamico. Ciò che scopri incontrando questi uomini in una missione sperduta in mezzo alla guerriglia del Nord Uganda, o nell'ospedale italiano in cui sono venuti a morire dopo una vita in Congo, è, sull'idea di martirio, una prospettiva totalmente altra da quella dei cristiani "normali". Nei nostri Paesi in pace, dove per noi la fede è scelta garantita, l'idea che per quella fede ci si possa giocare la vita stessa è soltanto la tragedia impensabile di altri evi, o di altri mondi. Il comboniano ottantenne agonizzante in un letto della Casa madre racconta del giorno in Congo in cui già aveva addosso i mitra dei ribelli, e il destino pareva ormai segnato. Sorride al ricordo di quella frase che spiazzò la banda: «Ammazzatemi pure - disse, in una fierezza pacata - io ho vissuto più di tutti voi». E ridono i ribelli di quelle assurde parole, «Vecchio pazzo», gli gridano, e lo lasciano andare. Ma c'è, in quella frase ricordata da un morente con un filo di fiato, il peso immane di una certezza di roccia. Ammazzatemi pure, ciò di cui io sono certo vale il mio sangue e lo sopravanza, vale di più morire in Cristo che un lunghissimo vivere da padroni del mondo, ma senza di lui. E lo sbalordimento della soldataglia nella savana non è poi così lontano dallo stupore di tanti occidentali, a fronte di morti neglette, oscure, di bare che tornano in patria in silenzio, trent'anni dopo. «Vecchio pazzo!», gridarono a quell'uomo disarmato che parlava di un'altra, incomprensibile vita. Come, nella testimonianza di un superstite, la sfida di tutti quelli che invece non ritornano, ma hanno vissuto più di tutti noi.