Eppure non ci smuovono

RITAGLI   Quanti altri badili sono in azione   DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 9/4/’06)

Una parola ci insegue da qualche giorno. Ha preso a inseguirci dai titoli dei quotidiani, dai telegiornali, e non smette di incalzarci. Non vorremmo sentirla, e ritorna. Badile, è questa parola. L'insopportabile immagine che si forma davanti ai nostri occhi del volto di quel bambino annientato con una pala d'acciaio, come a cancellarne le sembianze umane - come a tentare, in una "ubris" demoniaca, di fare di lui un nulla, solo materia informe. Raramente come in questa storia terribile di Parma il dolore popolare è profondo e meritevole di rispetto; si piange in quel bambino un figlio e forse inconsapevolmente tutti i figli perduti, quel figlio è l'Agnello dal volto devastato che fra poco piangeremo nel Sepolcro.
«Come si fa?», si sente chiedere a voce bassa, e anche da ragazzi poco più che bambini; «Come hanno fatto?». Come hanno fatto a vergare quel colpo d'acciaio, o quel calcio, sulla faccia di un bambino di pochi mesi che nel sonno s'era finalmente acquietato. Come hanno fatto a non vederlo al punto - a non vedere dietro di lui l'evidenza di quel Mistero che anche i più semplici riconoscono nella faccia dei loro figli addormentati. Come hanno potuto volerlo annientare? E a queste domande si resta zitti, come sull'orlo di un abisso su cui da tempo non ci vogliamo più affacciare: come convinti che bastino buone leggi, e educazione, e scuole, e psicologi, perché certe cose non accadano più.
Accadono, invece. Come prima. Il badile non è sempre di legno e di acciaio. Può essere una guerra civile che porta a sparare e a morire una generazione di bambini africani. O un racket asiatico che li vende come schiavi, o una telecamera che li filma mentre vengono violentati per il piacere di spettatori occidentali.
Ci sono tanti badili. Molti, non si vedono. Quello di Parma, occorre dirlo, ci ha colpito fino a stordirci perché si è abbattuto su uno dei nostri figli, con quegli occhi che dalle foto paiono ancora interrogarci attoniti. Ma è condivisibile la domanda posta dal filosofo della politica Alberto Mingardi in una lettera a un giornale: ciò che ci colpisce davvero è, al fondo, l'essere la vittima assolutamente inerme, oppure il "modo", la teatralità dell'omicidio, appunto il badile? La brutalità del mezzo sarebbe forse, par di capire, ciò che davvero ci sconvolge. In questo secondo caso una questione, in fin dei conti, di forma più che di sostanza. Sarebbe il modo di quella morte a turbarci tanto, più che la morte stessa. Più che la morte dell'innocente. Oltre 135 mila aborti praticati ogni anno in Italia non destano l'emozione della fine di
Tommaso. Come si spiega? È la vittima, o la forma della morte data a destare commozione? O la sua visibilità, come per le catastrofi nel Terzo mondo, che esistono per noi solo se una telecamera della Cnn le filma? Gli aborti sono una morte discreta. Invisibile agli occhi, o che almeno cerchiamo di non vedere - ma ognuno è un volto cancellato, una storia che quasi - quasi - non comincerà.
Cerchiamo di non pensarci. Di parlar d'altro. Abbiamo voglia di andare in vacanza. Ma forse l'unico augurio possibile è di lasciarci inseguire dalla dolorosa inquietudine di tanti volti in tanti modi cancellati, di tanti bambini annichiliti. Di non dimenticarci. Di non volere essere, di fronte a queste piccole ombre, tranquilli.