Eppure i sondaggi sembrano dire il contrario

RITAGLI   I caduti di Kabul svettano sui morti del sabato sera   DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 9/5/’06)

Le bare del tenente Manuel Fiorito e del caporale Luca Polsinelli erano ancora in volo da Kabul - due casse avvolte dal tricolore nel frastuono assordante dei C130 - e già, stando a un sondaggio di Repubblica, 93 italiani su 100 decretavano: «La missione di pace è fallita, facciamo rientrare i nostri». Quasi in una incontenibile ansia di toglierci da quel paese massacrato e sfinito che è l'Afghanistan, dove il nostro esercito tenta di aiutare a ricostruire un ordinamento civile. Quasi nell'utopia che "missione di pace" voglia dire portare le caramelle ai bambini, e non invece fronteggiare le forze che vogliono il ritorno del caos. Come sorpresi dunque all'idea che la pace possa costare la vita, tanti italiani invocano: torniamo, assurdo e insostenibile parendo che un Paese da 50 anni in pace possa perdere due suoi figli in una guerra lontana, in cui - ci si illude - noi non c'entriamo. I titoli sui due alpini si accompagnano, sugli stessi giornali, al consueto elenco di vittime degli incidenti del sabato sera, tanti, in tutta Italia, e in buona parte tragedie delle ore fra la mezzanotte e l'alba, quando ragazzi ebbri di pastiglie largamente spacciate e di alcool vanno a morire, mentre corrono verso casa. Una strage abituale, che solo la miopia può attribuire a disgrazia, se tutto di queste tragedie è norma: l'auto con quattro adolescenti a bordo veloce come un turbine, le tracce nere sull'asfalto dell'ultima disperata frenata. Ma, queste morti sempre ripetute - quasi prezzo di un rito collettivo, del mito giovanile di "vivere" finalmente al sabato notte - queste morti per nulla, a volte addirittura scaturite da folli gare, paiono non turbarci così tanto, e non valgono sondaggi, né l'interrogarsi davvero sul perché centinaia di ragazzi finiscano così, a precipizio nella sfida e nel vuoto. Invece, desta quasi scandalo la morte di due soldati a Kabul, e si invoca il ritiro. Forse, a chiedere a quei 1600 laggiù, si scoprirebbe che è gente che è lì perché crede in ciò che fa, ed è disposta a rischiare pur di avvertire di fare qualcosa di utile in una terra devastata. Soldati per scelta, in missione in un Paese ad alto rischio, sanno che da certi posti può accadere anche di non tornare. La differenza con le morti dei sabati italiani, è che a Kabul si muore per qualcosa. Si può morire mentre si proteggono dai "taleban" le strade, o si va a scavare i pozzi in villaggi che non hanno mai avuto l'acqua; ma non è una morte per nulla, non la insostenibile morte dell'acceleratore schiacciato nell'ebbrezza e nella noia. Eppure l'Italia pare non tollerare che si possa cadere in una missione militare, e tace assuefatta invece alle sue stragi festive di adolescenti. Perché ci è sopportabile che si muoia in tanti senza una ragione, e inaccettabile che si possa morire per qualcosa? Forse perché la morte del sabato è esito estremo di quella "libertà" di sé, per cui ciascuno della sua vita può disporre come meglio crede; mentre morire in divisa a Kabul appare il sacrificio per qualcosa d'altro, che supera il singolo dentro un progetto, un disegno collettivo mirante al futuro di un popolo. Questo, che si possa morire "per" qualcosa, appare oggi ormai quasi incomprensibile - tanto da chiedere, non vedendone le ragioni: tornate. Come sbalorditi da una vita, e una morte, spese oltre la pura logica di sé. Ma le lunghe code di gente semplice in quelle camere ardenti testimoniano la memoria, e la consapevolezza, di queste morti diverse.