In partenza da Susa alla volta di Roma

RITAGLI  Non fanno rumore i passi di questi giovani  DIARIO

Metafora trasparente della vita cristiana,
in quell'andare insieme in un'unica certa direzione.

Marina Corradi
("Avvenire", 20/5/’06)

Partono oggi da Susa i primi giovani pellegrini che in quaranta giorni si alterneranno in staffette lungo gli 800 chilometri della Via Francigena, fino a Roma, dove arriveranno il 29 giugno, cinquecentesimo anniversario della fondazione della Basilica vaticana. In migliaia, gli uni dopo gli altri, a piedi lungo l'antico cammino dei pellegrini medioevali, attraverso le risaie del Vercellese, e guadando il Po dove lo guadò per primo l'arcivescovo di Canterbury nel X secolo. E poi il passo della Cisa - l'antico Mons Bardonis - e la Lunigiana, il Chianti e la Maremma, fino a Roma. Ospitati dalle diocesi lungo il cammino, e armati di bisaccia, bordone e "credenziale" della Chiesa di provenienza, che ne attesta il nome, e le intenzioni.
Nel quasi silenzio mediatico questo camminare lungo strade oggi dimenticate, ma battute nei secoli da folle di pellegrini verso Roma assume la valenza di un segno. Non fanno rumore i passi di questi ragazzi; eppure tornano sui sentieri dei cristiani del Medioevo, in una fede e una memoria tramandata nello stesso gesto, mille anni dopo.
Verso la tomba di Pietro, verso il luogo terreno in cui sorse la madre Chiesa; in un bisogno fisico di ritrovare quella radice e toccarla con mano; nella spinta ad arrivarci dopo un lungo andare, e contenti quasi del tempo lento, e dello sfinimento della marcia. Nel pellegrinaggio in cerca, i figli del nostro tempo veloce, di un tempo diverso: restituito a antiche misure, dove il viaggio è abbandono di ciò che si era prima per andare verso un luogo lontano promesso e sacro, con solo l'essenziale in spalla, e l'imprevisto fiduciosamente da affrontare.
Metafora trasparente della vita cristiana, in quell'andare insieme in un'unica certa direzione condividendo con altri la fatica, il pellegrinaggio oggi, e soprattutto quello a piedi, il più umile, conosce una rinascita apparentemente sorprendente. Santiago di Compostela ogni estate si riempie di pellegrini, la marcia notturna verso Loreto è un corteo infinito di ragazzi. Arrivano dopo un lungo cammino là dove potrebbero bene arrivare in auto. Come a rivendicare la dignità di uno sforzo che non gli è stato fatto conoscere, e la bellezza di una domanda che, infinitamente ripetuta, diventa più vera. Come a dar forma a un'inquietudine umana, ma più acutamente giovanile, per cui la vita non è un appropriarsi, sistemarsi, mettersi a posto, ma sempre un andar oltre, in un'inquietudine agostiniana che non è mai pienamente appagata, perché non si può possedere l'Infinito.
Andare, come stile di vita. Non però nel girare curioso ma senza una precisa meta, seguendo le istintive inclinazioni, dei viaggi "on the road" amati dai sessantottini. Andare, anzi tornare là dove nei secoli sono andati milioni di cristiani, quasi di questi fratelli lontani fidandosi. Quando nella nostra lingua moderna la parola "pellegrini" ha assunto, significativamente, una connotazione spregiativa, di poveracci, di vagabondi in marcia a mani vuote, migliaia di ragazzi si fanno pellegrini ancora. Scrisse Kafka, interprete nella sua sofferenza del malessere di un'epoca in cui ogni certezza crollava: "Esiste la meta, ma non esiste la via". I ventenni in cammino sulla Francigena o verso Compostela dicono di una via cercata e ritrovata tornando alle radici d'Europa: che sono anche nella ragnatela di sentieri fra Santiago e Roma e i più antichi santuari. E di milioni di spagnoli, francesi, tedeschi - europei - hanno portato nei secoli le impronte.