L'ingiunzione di Benedetto XVI ai cronisti

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Lo schiaffo di un'inaudita pretesa

Marina Corradi
("Avvenire", 4/6/’06)

C'è stata una parola, fra quelle dette dal Papa ai giornalisti di Avvenire e dei media della Cei nell’Aula delle Benedizioni in Vaticano, che ci ha fatto sussultare. È stato in quel passaggio in cui Benedetto XVI ci ha esortati a «guardare il mondo con gli stessi suoi occhi» – gli occhi di Cristo. D’istinto abbiamo alzato lo guardo sulla faccia del Papa, per esser certi d’aver capito bene. Che audace pretesa da rivolgere a dei poveri cronisti. Non semplicemente – e già non sarebbe poco – d’essere onesti, scrupolosi, precisi. Non d’essere imparziali e equidistanti, come si pretende di insegnare nelle scuole di giornalismo. Nemmeno d’essere «buoni» o pietosi. Qualcosa invece di incommensurabilmente diverso: guardare il mondo, con il Suo sguardo.
Impossibile, ci siamo detti subito. Come colpiti dallo schiaffo di un’inaudita pretesa; smarriti, di fronte a quell’esortazione di un Papa. Ci possiamo sforzare di onestà, di buona volontà, di riflessione. Ma tutto il nostro sforzarci potrebbe metterci a posto con la coscienza, e non ci guadagnerebbe «quello» sguardo. Che non è nostro, non è di uomini. Gli uomini possono nel migliore dei casi essere giusti. Lo sguardo di Cristo è misericordia – la radice ebraica di misericordia significa «con viscere materne». Uno sguardo che vede l’uomo presente e ricorda tutto ciò che è stato prima, e l’uno e l’altro ricomprende in un abbraccio che ricrea.
Come si può chiedere a un cronista, sia pure cristiano, a un povero cristiano come gli altri, di guardare la realtà riconoscendole dentro questa nascosta trama preziosa? Nella fretta delle rotative che devono partire, nella brutalità delle cronache, nel cinismo in cui tutti ci muoviamo, guardare il mondo con gli occhi di Cristo non è forse una splendida utopia? Ma utopia – "ou topos", senza luogo – non è parola da cristiani. E tantomeno da Papa. La Chiesa è profondamente realista, e non ama ciò che non può avere un luogo, un’incarnazione, lei che è nata da un Dio fattosi carne. La stessa Basilica di San Pietro accanto a cui siamo stati ricevuti è luogo fisico e carnale per eccellenza, calante com’è la verticale della Cupola sull’altare centrale, a sua volta eretto in corrispondenza del punto in cui fu sepolto Pietro.
La Chiesa, non è casa di utopie. Se un Papa dà un’indicazione, dev’essere un’indicazione realista. Forse una tensione, non qualcosa da ottenere subito e pienamente. Ma, comunque, un cammino percorribile.
Come, ci siamo chiesti. Non nello sforzo moralistico dell’onestà e dell’imparzialità, delle mani pulite. Che certo occorre, ma che non ci distinguerebbe da qualsiasi rigoroso professionista non credente. Le mani pulite non bastano. È qualcosa di terribilmente più grande quello sguardo che il Papa chiede ai giornalisti cristiani.
A ripensarci, quella domanda è ancora uno schiaffo. Guardare il mondo, con i suoi stessi occhi. Con la stessa misericordia. Con la stessa speranza. Come se ogni uomo potesse sempre ricominciare da capo.
Non è questione di sforzarsi. Saremmo solo pateticamente buonisti. Non sono da uomini, quegli occhi. Non è roba nostra. Si può soltanto domandare. «Restando tenacemente uniti a Cristo», dice il Papa. Guardare il mondo, con quegli occhi. In un Vangelo apocrifo, Cristo si trova davanti la carogna imputridita di un animale. Tutti ne hanno ripugnanza, e lui solo fa notare ai compagni lo splendore intatto dei denti candidi. Lui solo vede, in quei poveri resti, l’unica cosa ancora bella. Ciò di cui vorremmo esser capaci. Di fronte al quotidiano male altrui, e al nostro.