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Fra due anni, saranno 150 anni dalle apparizioni di
Lourdes. Un tempo lungo
per la memoria degli uomini. Nel cimitero accanto alla fortezza di Chateau Fort,
poco sopra al santuario, le tombe dei coetanei di Bernardette Soubirous sono
dimenticate e coperte di muschi. Ma ogni sera davanti alla basilica i pellegrini
- sei milioni ogni anno - accendono le candele per la processione "aux
flambeaux". Decine di migliaia di persone nella notte camminano pregando in
tutte le lingue; e insieme alzano verso il cielo le fiaccole cantando l'Ave
Maria. È un fiume di luce interminabile, che lascia ammutolito anche il più
scettico degli osservatori. Centocinquant'anni dopo, la memoria di Lourdes è
intatta.
In mezzo a questa folla senti parlare italiano in tutte le cadenze del Sud, del
Veneto, delle valli lombarde. Almeno un terzo dei pellegrini sono italiani.
Vengono in aereo, ma più spesso, ancora, in treno, in lunghissimi viaggi dalla
Puglia o dalla Calabria. Sui treni che salgono verso Nord recitano il rosario.
Arrivati, subito vanno alla Grotta, e a bere l'acqua delle fontane, avidamente,
e la raccolgono in bottiglie e taniche, da portare a casa agli amici.
Sono casalinghe, pensionati, madri con bambini. I tremila romani in questi
giorni a Lourdes con il cardinale Ruini sono davvero il popolo di Roma, la gente
che incontri nei mercati rionali, o in coda all'Inps. La gente invisibile nei
media dei borghesi e negli spot, dove tutti sono magri e belli. Il popolo di
Lourdes non è elegante, non ha i vestiti con i marchi giusti, non nasconde le
rughe. Ma in una cosa è fuori dal comune: nella memoria di ciò che ha imparato
da bambino dalla madre, dai nonni. Conoscono senza alcuna incertezza tutti i
Misteri del rosario. E il Salve Regina in latino. E i canti mariani, che cantano
a piena voce, quasi con fierezza, come un inno che li accomuna dalla Calabria al
più profondo Nord. Le donne hanno al polso il rosario, con la dimestichezza di
chi lo considera un oggetto quotidiano. Portano i nipoti piccolissimi davanti
alla Grotta, e raccontano, e gli fanno accendere una candela.
È un popolo, quello degli italiani a Lourdes, che suscita stupore e rispetto.
Stupore, perché nei giornali, nel quotidiano raccontare l'Italia, non li vedi
quasi mai, benché siano in tanti. Come non adeguati all'Italia secolarizzata,
"liberal", "corretta" che la cultura dominante impone,
cadono in un cono d'ombra. Non li si vuole vedere.
E rispetto, per quel loro restare tenacemente fedeli a una tradizione cristiana
dipinta come vecchia, retrograda, oscurantista. Decenni di "intellighentia
laica", di campagne radicali, di modelli culturali diffusi dal pulpito
televisivo non sembrano aver scalfito la radice ostinata di questa gente, che
torna a Lourdes, e nei santuari italiani, a pregare con le stesse parole di due
generazioni fa. Zoccolo duro di una fede semplice, ciò che li distingue in
fondo da certi intellettuali e certi borghesi è la percezione di se stessi come
"figli", bisognosi di aiuto e di perdono - mentre gli altri maestri
insegnano l'orgoglio dell'autonomia, e la maturità come non dipendenza da
nessuno. Ma nei paesi della provincia italiana a questo "diktat"
alcuni oppongono una ferma, nemmeno cosciente resistenza. Restano
"figli" perché glielo ha insegnato la madre, e perché, per i
semplici, è così naturale il gesto antico del domandare. Dunque vengono a
Lourdes, e in tanti altri santuari, con lenti treni in cui nella notte si prega
- ma di cui non racconta nessuno.