LA TRAGEDIA FRANCESE
RITAGLI  
Con addosso la condanna a scappare   DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 27/8/’05)

Boulevard Vincent-Auriol, a Parigi. Una zona popolare, un palazzo centenario abitato un tempo da famiglie piccolo borghesi, poi lasciato andare al degrado. Scale di legno scricchiolanti, qualche topo che risaliva dalle cantine, sotto la facciata quasi ancora decorosa d'inizio Novecento. I nuovi inquilini venivano da Paesi lontani, dalle terre ardenti del Mali, del Senegal, del Gambia. Immigrati scappati dalla miseria, o dalle faide di infinite guerre civili, come i profughi della Costa d'Avorio. Nelle istantanee scattate la scorsa notte nella luce rossastra delle fiamme si vedono donne avvolte in sahari dai colori sgargianti, che fuggono con in braccio un fagotto avvolto in una coperta. Un bambino, uno dei cinque o otto figli, quello che sono riuscite a strappare dalle stanze già sature di fumo. E, negli occhi di queste donne, lo sguardo disperato di prede in fuga, incalzate.
Ma non solo l'altra notte, e non per la prima volta. Donne e uomini con il volto segnato dal marchio di una fuga perpetua, come una condanna. Con un destino addosso: scappare. Per fame o per guerra, l'abitudine penetrata ormai nella carne, e probabilmente nei sogni notturni, a dovere da un momento all'altro raccattare due fagotti, un sacco di riso, e correre lontano, i più piccoli in braccio, gli altri dietro come possono, e guai a chi resta indietro.
Forse, dopo viaggi in mare che noi occidentali non possiamo immaginare, su barche malconce alla ventura nel nero del Mediterraneo di notte, dopo il crepacuore della clandestinità - per cui, raccontano alcuni di loro, ancora sobbalzano non appena vedono una divisa - i fuggiaschi di Boulevard Vincent-Auriol pensavano di avercela fatta. In Occidente, infine. "Regolari", o sul punto di diventarlo, arruolati nelle fila di colf, badanti, manovali che le nostre grandi metropoli accettano per necessità, benché con diffidenza e fastidio. E dunque l'altra notte come altre, in quel vecchio palazzo che ora i giornali parigini definiscono "fatiscente", ma che per i nuovi inquilini era la conquista di una vita, le madri e i padri e i vecchi del Mali e della Costa d'Avorio dormivano quasi sereni. Lontana, la guerra, finita, la fame. Si poteva finalmente lasciarsi andare al riposo. Lontana, la inseguitrice di sempre, e non più necessario restare vigili, sempre sul chi vive, l'orecchio teso.
Non era però un incubo, né il sogno ricorrente di un passato pietrificato nella coscienza, quel crepitio di fiamme, e l'acre odore del fumo. Fuoco, davvero: e la morte ancora una volta addosso, sciacalla, piombata alle spalle. E ancora una volta folli di paura si sono levati gridando, e cercando i bambini intrappolati nelle stanze assediate. I bambini, i bambini, gridavano in tutte le lingue dell'Africa quelle madri, sollevando in braccio almeno i più piccoli, quelli che dormivano sul loro seno.
Ma i bambini di queste genti, sono tanti. Sei, otto a famiglia - anche per questo gli immigrati non trovano alloggi popolari, non ne abbiamo costruiti, di grandi abbastanza per tutti i loro figli. Ed è disperatamente difficile trovare sei figli nel panico di un incendio notturno, quando le grida si confondono, e la voce di ogni bambino sembra quella del tuo. È per questo che 14 dei 17 morti di Boulevard Vincent-Auriol sono bambini: ne vivevano ben cento, in quella vecchia casa. Come ad aprile al meublé all'Opera: bambini, la metà delle vittime. Morti a quattro o sei anni, perché non avevano ancora imparato a fuggire velocemente, come i loro genitori. Perché erano nati a Parigi, e avevano perso quell'istinto antico della loro gente. Incalzati, sempre. Dalla fame o dalla guerra - o dalle fiamme di una candela, magari, che ha divorato in un istante una scala troppo vecchia, rosa dai tarli, in un'atroce vampata.