I GESTI DEL PAPA IN TELEVISIONE

RITAGLI   Quelle strette di mano   DOCUMENTI
che bucano lo schermo
e vanno al cuore dei semplici

Non ha atteso l'omaggio degli ospiti: si è fatto avanti lui.
Segni di fraternità che parlano a tutti.

Il Papa e i rappresentanti dell'Islam: sguardi che arrivano al cuore!

Marina Corradi
("Avvenire", 26/9/’06)

Le parole, erano quelle di una volontà di un incontro leale, e attraversate dalla urgenza di chi vede in un parlarsi a viso aperto una «necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro». Le parole erano diritte, e in niente somiglianti a un "mea culpa". Ma ciò che forse è stato meno notato, nell'attenzione tesa sugli equilibri e gli sguardi nella Sala degli Svizzeri affollata di rappresentanti del mondo islamico, sono stati i gesti. I gesti del Papa.
Dopo un discorso fermo nel ricordare, facendo proprie le parole di Giovanni Paolo II, la necessità della «reciprocità in tutti i campi», e soprattutto circa la libertà religiosa, dopo avere detto l'urgenza di un dialogo autentico - cioè nella verità, e fuori da certa retorica che fa di questa parola un luogo tanto comune quanto vago -
il Papa si è alzato in piedi, e è andato incontro ai suoi invitati. Siamo abituati, nelle udienze in Vaticano, a vederlo attendere al suo posto i convenuti; e lo scorrere lento della fila di chi, credente o no, va a salutarlo, inchinandosi o semplicemente stringendo quella mano. Ieri il Papa è sceso dal suo seggio e è andato incontro agli uomini che aveva di fronte. Non attendendone l'omaggio formale, ma andando lui stesso, muovendosi lui, andandoli fisicamente quasi a cercare uno per uno.
Solo un gesto? No, non è la stessa cosa l'aspettare, o l'andare. Non è lo stesso mettersi in fila davanti a un uomo, o che quell'uomo ci venga davanti, a ciascuno, dicendo già con quei passi che davvero ci aspettava.
E poi, le mani. Le mani di Benedetto XVI, nel salutare ambasciatori e rappresentanti dell'islam, erano da guardare. Accanto alle parole pronunciate nel discorso - non esitanti e tantomeno contrite - quelle mani erano forse un'altra parte di ciò che il Papa aveva da dire ai suoi ospiti. Prima con la destra ha stretto quella dell'altro; poi la sinistra del Papa si è aggiunta a prendere l'altra mano dell'uomo che aveva di fronte. Con molti lungamente è rimasto in quell'incrociarsi di strette, ben oltre il gesto formale, e spesso freddo, cui si delega una cordialità apparente. Quella doppia stretta, nel quotidiano linguaggio degli uomini, è più dell'adempiere di un dovere di educazione; dice invece, tacitamente, un volere incontrarsi autenticamente. È il gesto di chi tiene, oltre ogni contrasto, alla umanità dell'uomo che ha davanti.
I gesti, siamo abituati a considerarli meno delle parole. E tuttavia sono più delle parole comprensibili a tutti gli uomini, e ai più semplici. Le tv arabe che hanno trasmesso l'udienza da Castel Gandolfo recriminano che, neanche questa volta, il Papa ha chiesto scusa. Infatti. Ma se in qualche inquadratura le folle hanno potuto vedere anche l'alzarsi pronto di Benedetto XVI verso i loro ambasciatori, e quella stretta lunga di mani; e le facce di alcuni invitati, come per un istante sorpresi, aprirsi a un'ombra di stupore, allora qualcuno, fra i semplici, avrà pensato che non ha l'aria, quell'uomo, ostile, o di uno che li disprezza. Non sembra un nemico, come dicono certi maestri e le tv, si è forse detto qualcuno nelle case di Iran o Indonesia. E già questo pensiero, dopo una settimana di odio, è un seme di ragione. Passato per le mani, attraverso gli sguardi: oltre le lingue diverse, oltre le parole.