OGGI SI VISITANO I CIMITERI

RITAGLI   PASSANDO DAVANTI AL MONUMENTALE   DOCUMENTI

Marina Corradi
("Avvenire", 2/11/’06)

Semideserto il centro di Milano nel giorno della festa dei Santi, sotto il sole di questo strano novembre, l'unico assembramento di folla è a Porta Volta. Il semaforo è verde ma le auto in coda restano ferme. Ti passa davanti una coppia. Due vecchi, moglie e marito, prossimi forse agli ottanta. Vestiti dignitosamente, s'accompagnano a braccetto, lenti, esitanti in mezzo al gorgo dei motori accesi. Guardano però dritti davanti a sé, come a rassicurarsi: ci siamo quasi. Davanti, si aprono maestosi i cancelli del Cimitero Monumentale. Intorno, dietro, la meta di quella folla nella città vuota è la stessa. Vanno a trovare i loro morti. Tornano, anzi, a salutarli, così come una volta l'anno, e spesso sempre nella stessa stagione, si va a visitare certi parenti lontani da casa, coi quali la distanza e gli anni non sono bastati ad allentare l'affetto.
Con lo sguardo insegui i due vecchi. È difficile pensare che la vecchiaia sia "bella", eppure quei due che stringendosi insieme come per una lunga consuetudine vanno a portare fiori sulla tomba dei genitori, o di amici morti da anni, hanno addosso una bellezza che colpisce. Belli, i due vecchi, in quel loro confluire lento come di un fiume, assieme a mille altri, verso il campo dei morti. Non hanno lutto in faccia, come se il tempo avesse trasformato il dolore. Piuttosto, gli leggi sul viso come una pace tranquilla: si va a trovare quelli che se ne sono andati, nella quieta, composta certezza che non si resterà separati per sempre.
È memoria, e speranza assieme - pensi, cercando di capire perché i due sconosciuti ti abbiano meravigliato - ciò che hanno segnato nello sguardo. Memoria di quanto hanno vissuto e amato con quelle persone che adesso vanno a salutare. E speranza, ma una speranza cui sono così abituati da sempre, da quasi non accorgersi di alimentarla - così come non si fa caso al proprio respiro.
Ti accorgi allora, con negli occhi quella processione oltre i cancelli, di quanto è straordinariamente bello e umano il culto cristiano dei morti. Quei morti che nella tradizione pagana di Halloween sono macabre ombre in una notte di terrore, fantasmi tornati da uno spaventoso oltretomba, nella fede dei cristiani sono amici per cui si prega, e di cui si chiedono le preghiere. Certi che la drammatica lacerazione che ci ha divisi non è per sempre, e che ciò che pure, delle forme della morte, ci atterrisce - il silenzio, le lapidi, la solitudine dei cimiteri - è un'apparenza a schermo di una vita, che non finisce in quei viali.
La morte come una fossa buia e maligna, in cui va a annientarsi ciò che si è amato, o la morte dei nostri camposanti in questi giorni, nei paesi dove le donne vanno a lustrare le lapidi e a portare fiori, come a dire che anche quella è una casa, di cui non avere paura? L'esistenza degli uomini, ha detto
Benedetto XVI ieri, è per sua natura protesa a qualcosa di più grande; è insopprimibile nell'uomo l'anelito alla felicità piena. La processione del giorno dei Morti è un segno di questa domanda, e in questo senso come un'impronta di ciò per cui siamo fatti davvero.
Come può chi perde un figlio vivere ancora senza mutilare se stesso, se non nella fiducia che quell'amore non sia finito nel nulla? Quei due vecchi sereni, composti sotto gli anni e i loro a noi sconosciuti dolori, in cammino verso le tombe delle persone che hanno amato. Eredi nei secoli di quei primi cristiani che tracciarono sulla tomba di una fanciulla, in una catacomba di Roma, tre parole: "In vivis tu".