Pubblicato il messaggio per la "Giornata della Vita" 2007
Quel desiderare la vitaNel febbraio del 1917 una
nave statunitense recante le insegne della Croce rossa fu silurata nelle acque
della Manica dai sottomarini dell’esercito tedesco, convinto che a bordo si
trovassero truppe dirette in Europa. Sulla "Sussex" non c’erano
soldati, ma invece civili malati, vecchi e bambini. Mentre la nave colpita
imbarcava acqua e i passeggeri impazziti si gettavano sulle scialuppe, una
vecchia suora notò una madre sola con tre bambini, la più piccola dei quali
aveva pochi mesi di vita. Nella mischia di chi lottava per salvarsi la vita, la
vecchia suora trovò il tempo di avvolgere stretta la neonata in un paio di
lunghe calze di lana, dentro le quali fu passata di braccia in braccia fin
dentro una scialuppa. Nella notte rigidissima della Manica in febbraio, quella
lana salvò probabilmente la vita alla bambina, in tempi in cui non esistevano
gli antibiotici, e forse gliela allungò, giacché questa storia ce l’ha
raccontata quella stessa scampata, che era figlia di italiani, e oggi ha 90
anni, e figli e nipoti. Quanto alla vecchia suora, la madre della neonata non
seppe mai, nella calca, se si era salvata o no. Singolare comunque, sul ponte di
una nave che sta affondando, quando morire sembra più probabile che
sopravvivere, quel gesto di protezione per una figlia d’altri, mai vista
prima, e, fra tutti, la più piccola. Quasi, in quel momento di destino
angoscioso e incerto, un voler salvare la vita più giovane, appena all’aurora,
come dicendo che non era quel mare livido e gelido, e la guerra e la morte, l’ultima
parola.
Questa storia di una guerra lontana ci è tornata in mente a un passo del
messaggio della Conferenza
episcopale italiana
per la prossima "giornata
della vita",
che cade il 4 febbraio 2007. «La vita va amata con coraggio. Non solo
rispettata, promossa, curata, allevata. Essa va anche desiderata. Il suo vero
bene va desiderato, perché la vita ci è stata affidata e non ne siamo i
padroni assoluti, bensì i fedeli, appassionati custodi».
Non solo rispettare, allevare, curare, ma desiderare la vita. Altrimenti, si
potrebbe essere solo come bravi coltivatori, attenti al terreno, all’acqua e
al sole. Desiderare è di più, è spiare i germogli e compiacersi dei frutti
maturi. È non aver paura nemmeno delle zolle nere e spaccate di novembre, certi
che proprio lì sotto, nell’apparente trionfo della morte, rinasceranno i
semi. E, quindi, è saper stare anche accanto a uno che sta morendo, senza
lasciarsi prendere dalla disperazione, senza che quello ci legga in faccia che
non c’è alcun senso, in quelle sue ultime ore.
Ha scritto la filosofa ebrea Hannah Arendt che: «Il corso della vita umana
diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina
e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare
qualcosa di nuovo, una facoltà che ci ricorda in permanenza che gli uomini,
anche se devono morire, non sono fatti per morire ma per incominciare». Non per
morire, ma per incominciare. Quando nasciamo e quando moriamo. È questo eterno
nostro cominciare, ciò che dobbiamo, oltre che curare, desiderare. Esserne
«appassionati custodi». Come quella suora sulla Manica, quella sconosciuta di
quasi cent’anni fa.