Il Papa al convegno sulle malattie infettive

RITAGLI   La forza di un gesto per malati e segregati   DOCUMENTI

Marina Corradi
("Avvenire", 25/11/’06)

Le epidemie, le malattie contagiose e mortali sono un orizzonte di cui l’Occidente comincia a perdere la memoria. Da quando il virus dell’Hiv è sostanzialmente controllabile con le terapie combinate l’ultimo spettro sembra avere perso la sua potenza. Solo le psicosi collettive come quella attorno alla presunta e imminente pandemia di aviaria, l’anno scorso, risuscitano per qualche giorno una vaghissima ombra di ciò che si doveva respirare nelle nostre città di un tempo, alla voce dell’avvicinarsi di un contagio. Nel Terzo Mondo invece tubercolosi, vaiolo, Aids, lebbra ammazzano ancora quindici milioni di persone ogni anno. Che, prima di morire, vivono spesso segregati, o nascosti, o evitati da tutti.
Questi uomini doveva avere in mente
il Papa nel parlare ieri sugli aspetti pastorali della cura delle malattie infettive e, quindi, indirettamente a quelle centinaia di migliaia di missionari, suore, laici che in Africa e Asia e Sudamerica stanno accanto ai lebbrosi, e agli orfani contagiati dall’Hiv. Il primo punto sollevato dal Papa è la prossimità al malato contagioso. Come Cristo, che infrangeva ogni codificato divieto e si lasciava toccare dai lebbrosi, e ne riaffermava la dignità di uomini. Come, ha ricordato il Papa, le suore italiane morte nel 2000 quando in Uganda, a Gulu, al Lacor Hospital un’epidemia di Ebola uccise 224 pazienti e 14 tra infermieri, religiose e medici che erano rimasti, assolutamente coscienti del pericolo, a curarli. Il diario di quei giorni al Lacor scritto da un comboniano, Elio Croce, nella sua asciuttezza è impressionante. Nel 2000 – a noi qui in Italia pare incredibile – può scoppiare ancora la peste, e il contagio di un malato uccidere atrocemente in poche ore. E gli uomini, come una volta, si nascondono, o fuggono, o cercano di fuggire. Tranne alcuni, che restano.
Restano a curare gli altri, e a volte a morire. Di una morte, però, che lascia silenzioso, attonito, chi sta a guardare; e anche chi scappa e si ferma un istante, il tempo di voltarsi con muto sbalordimento. Nel 2000, esistono ancora quelli che abbracciano i lebbrosi.
Poi Benedetto XVI ricorda una parola di Giovanni Paolo II, che scrisse: «Il mondo dell’umana sofferenza invoca senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano».
E questo è uno sguardo comprensibile anche al nostro Occidente, in cui basta non essere più sani, giovani, efficienti per vedersi tacitamente posti al di fuori del consesso degli uomini. Ci sono lebbre che non sono contagiose, e lazzaretti in cui si può entrare senza ammalarsi. Certi grandi ospizi per vecchi abbandonati alla solitudine dai parenti che non ne reggono la decadenza e nemmeno la vista per un’ora, non sono forse i nuovi lebbrosari?
Se ti fermi in quelle stanze, davanti agli ospiti persi nella demenza, lo sguardo fisso, soli, non puoi non chiederti con umana ribellione a cosa serve, il lungo tempo di una vecchiaia incosciente e sola. Pur sapendo che non sta a te giudicare, e che questa è la premessa per appropriarsi della morte, da figlio del tuo tempo te lo chiedi. Poi, per caso ti passa accanto una giovanissima infermiera, che raddrizza il capo assopito di un vecchio in carrozzella, e gli prende la mano. Pochi istanti, però con un gesto di una tenerezza filiale che ti sbalordisce. Il vecchio apre gli occhi, la guarda, la riconosce.
A cosa serve quella vecchiaia? Forse anche a suscitare quel gesto in un’infermiera di vent’anni. Il dolore degli uomini «invoca senza sosta un altro mondo».