Siamo un nulla se Dio non ci soccorre

RITAGLI   Un Salvatore per noi, gaudenti e disperati?   DOCUMENTI

Chiede il Papa: "Ha ancora valore e significato un Salvatore?"...

Marina Corradi
("Avvenire", 27/12/’06)

Natale a Roma, la folla, le luci e le vetrine traboccanti, tutto come ogni volta e come sempre, all'apparenza, nella festa tramandata nei secoli da infinite generazioni. Ma, nel messaggio "Urbi et Orbi", il duecentosessantaquattresimo successore di Pietro fa alla piazza gremita, e al mondo intero, una domanda che provoca e taglia il Natale. Si chiede, il Papa, se "ha ancora valore e significato un Salvatore", per l'uomo del terzo millennio. Se all'uomo che ha raggiunto la Luna e Marte, e si dispone a conquistare l'universo, e decifra i segreti codici del genoma umano; se a questo "autosufficiente artefice del proprio destino", al "fabbricatore entusiasta di successi", è davvero ancora necessario, essere salvato.
La domanda resta sospesa per un istante sull'immensità armoniosa del colonnato, che porta incisa nella geometria perfetta il marchio di altri secoli, e di un'altra, più sicura della nostra, umanità. "Avete, abbiamo ancora bisogno di essere salvati?", chiede Benedetto XVI, e chi ascolta pensa ai "fabbricatori entusiasti" di figli perfetti, e alle promesse di longevità liberate da ogni male. Che se ne farà di un Salvatore, un'umanità orgogliosamente padrona del proprio destino? Non è anzi sottilmente umiliante per il mondo dei ricchi e dei liberi quell'idea di dover "essere salvati", come dei naufraghi, dei morti di fame da Terzo mondo, quando invece non si manca di nulla, e soprattutto si è padroni di sé?
La domanda del Papa galleggia e incombe nel cielo sopra San Pietro, nel silenzio della folla. Poi, lo stesso Benedetto XVI risponde, pronunciando solo tre parole. "Si muore ancora", dice. Di fame, di malattia, di povertà, elenca. Ma il punto è che, comunque, alla fine, tutti, e anche i ricchi, e i "fabbricatori entusiasti di successi", tutti si muore. La morte comunque arriva a sconfiggere ogni vittoria, e pretesa; la morte, per quanto ritardata, indolore, "dignitosa", "dolce", è lo scacco atroce e ineludibile a ogni umana affermazione di autosufficienza e autonomia. La morte soprattutto di chi amiamo, tanto peggiore della nostra. La morte da stare a guardare di tuo padre o tua madre, lenta, com'è a ottant'anni, nel respiro che si fa stentato, e nei pensieri smarriti. Quando ti ritrovi anche tu a pensare che sarebbe meglio, se si potesse fare in fretta: ma non è pietà per chi hai di fronte, è sgomento per te, che in quel vecchio riconosci il tuo essere un niente, e non sei, quello scoprirti un nulla, capace di sostenerlo. Non reggi più - poiché fai parte tu stesso di una generazione di "autosufficienti artefici del proprio destino" - la coscienza che tu, e soprattutto i tuoi figli, siate carne destinata a morire. Cerchi di ingannarti, garantendoti che almeno sia cosa semplice, e veloce. Ma è solo una pietosa bugia.
"Si muore ancora", ricorda in tre ineludibili parole il Papa, e l'unica risposta vera alla tacita invocazione di aiuto di un'umanità "gaudente e disperata" è riconoscere che abbiamo bisogno di essere salvati. Un bisogno che, se ci guardiamo dentro oltre la cultura, le appartenenze, le ideologie, ritroviamo iscritto dentro - come dal principio dei tempi. Come scritto già prima che noi fossimo.
Oggi, anche oggi che si va su Marte e si creano in provetta figli perfetti. Oggi, mentre davanti a un vecchio che ti è caro e che sta lentamente morendo comprendi nella carne che siamo un nulla, se un Dio non viene a salvarci. Oggi, ancora oggi, duemila e sei anni dopo, disperatamente, abbiamo bisogno di essere salvati. "Salvator noster natus est in mundo" - fra milioni di parole impazzite proliferanti attorno a noi, le sole che restano, le sole su cui fondarci ancora.