La gente di Erba di fronte al massacro

RITAGLI   Quell'ansia di rimuovere   DIARIO
la memoria di un male

Marina Corradi
("Avvenire", 13/1/’07)

Non è solo il silenzio di una casa dove quattro persone sono state uccise senza una ragione, a smarrirti per le vie di Erba. E nemmeno la freddezza con cui, per un mese, un uomo e una donna hanno saputo mantenere i nervi saldi, e deporre per primi dei fiori in omaggio ai morti. Non è solo dunque il sangue versato, né la lucidità degli assassini, ciò che ti resta addosso come una cappa, quando ti allontani sulla strada che corre verso Milano. C’è qualcos’altro, che opprime.
Sono le parole sentite in piazza, e davanti a quella cascina; in una ampia scala dallo sgomento alla rabbia, alla vendetta ("Diamoli in pasto ai cani!"), fino al semplice scrollare di spalle di chi dice: sono solo dei pazzi. Ma sia le maledizioni che la più "caritatevole" opzione per la follia hanno in comune come un istinto nascosto: quei due, non hanno nulla a che fare con noi. Mostri, o folli, ma certo del tutto estranei a questa nostra comunità di gente onesta. A noi che lavoriamo tutto il giorno, come si fa in Brianza, a noi perbene.
E quella sera di morte diventa allora come un fulmine che dagli inferi si sia assurdamente scagliato nel cuore di una città serena e in pace, dove tutti - poiché lavorano tanto - sono buoni. Dove l’unica possibilità, e in effetti la prima strada scelta il giorno dopo la strage, era nel dire: certamente, sono stati degli stranieri.
Ciò che allora ti rimane e ti pesa, dai crocchi di folla di via Diaz, è come una collettiva smemoratezza. Non, certo, propria solo di Erba, ma comune a tante regioni d’Italia e d’Europa in cui una rapida secolarizzazione abbia disseccato le radici che per secoli, in quelle terre, avevano dato forma al vivere comune. Un oblio della coscienza del male: che, nella tradizione cristiana, ci riguarda tutti, e da cui nessuno è escluso, o salvo. Certo, la notte di via Diaz è una fiammata che pare risalita dagli abissi; ma nel ripetere ossessivo di passanti e vicini ("Come è possibile? Qui siamo tutti gente che lavora!"), si avverte una radicale dimenticanza. Si è scordato che quel male impazzito era forse, all’inizio, solo lo sguardo di invidia di una donna senza figli verso un’altra, felicemente madre, o il rancore per un saluto negato. Un piccolo odio amorosamente covato, che alla fine si è impadronito dei suoi "padroni". "Saranno stranieri", "sono pazzi": ansiosi argomenti per rimuovere la memoria di un male che è anche cosa nostra, non estranea né aliena, una radice da cui nessun cristiano può dirsi immune.
Se non venendo meno alla coscienza di aver bisogno di Dio - se non perdendo la consapevolezza ontologica di essere, prima di tutto, poveri, e figli. Quando non si è più figli, diventa faticoso considerarsi fratelli. Nessun bisogno, o attesa, accomuna davvero. L’istinto tende a perseguire e difendere il proprio personale vantaggio. Onestamente, magari: facendo semplicemente i fatti propri. O ferocemente, come i due che si rallegravano, dopo aver massacrato anche un bambino, di come la casa era "finalmente tranquilla".
Settant’anni fa il poeta Eliot si chiedeva se quella civiltà di cui andiamo fieri sarebbe sopravvissuta all’indebolirsi della fede in cui affonda le radici. Le ferocie insensate che con singolare frequenza squarciano la pace della nostra provincia non sono forse un segno di questo inaridimento sotterraneo? E, ovunque, che comune premura di chiamarsi fuori, di dire: sono mostri, o stranieri, o folli. Comunque, altri da noi, che siamo brava gente. Da noi, che siamo "a posto".