QUEI GIOVANI IN SAN PIETRO PER CONFESSARSI

RITAGLI   Dentro un destino nuovo.   DOCUMENTI
E potendo ricominciare.

Dalle facce, quando se ne vanno, sembrano contenti.
Come certi di una speranza ritrovata,
più grande di quelle loro oggi promesse.

Marina Corradi
("Avvenire", 30/3/’07)

Che quindicimila ragazzi si ritrovino in san Pietro in un giorno di Quaresima per confessarsi col Papa e con duecento sacerdoti probabilmente non è una notizia per i giornali che in questi giorni assediano con falangi di cronisti la Procura di Potenza per raccontare sempre nuovi malinconici scandali di gente famosa - e raccontarci, in fondo, con cronache pignole e abbondanti, che l'Italia è solo quella lì. Che, come ha detto il Papa, «la basilica di San Pietro non sia grande abbastanza» per accogliere tutti quelli che sono venuti, è cosa che passerà forse inosservata nelle redazioni. Eppure la scelta di Benedetto XVI di confessare i ragazzi di Roma alla vigilia di Pasqua, e la risposta di migliaia di adolescenti a gremire San Pietro, è un segno forte, una parola controcorrente cui varrebbe la pena di far caso. Perché, da quando "peccato" è diventata parola impronunciabile, ridicolo retaggio di "oscurantismo" bigotto, anche la confessione è, almeno nel "monopensiero" culturalmente corretto, una vecchia penosa cosa senza senso. Sono decenni che si lavora a smantellare l'idea di peccato, trasformandolo in un soggettivo "senso di colpa" da cui è imperativo morale liberarsi in fretta. Sono decenni che ci hanno insegnato a imputare gli errori dei singoli alla società - cioè a tutti, o piuttosto a nessuno. Così che davanti ai delitti più intollerabili ci diciamo che l'assassino è certamente un pazzo - giacché ci siamo dimenticati di quanto l'uomo può essere cattivo. E, attorno all'epicentro di violente esplosioni di un male originario ormai ignorato, a Erba o a Cogne, la gente resta attonita: come è stato possibile, fra noi che siamo brava gente, lavoratori, persone a posto? Il peccato del nostro tempo, disse profeticamente Pio XII, è «avere perso il senso del peccato». Rimossa come un'anticaglia la coscienza di un male originario, che ci abbia tutti intaccati, e educati a pensare a un Dio che "se c'è, non c'entra", o che se ne deve stare in alto nelle sue celesti sfere, estraneo ai giorni degli uomini, il peccato ha perso la sua essenza, cioè la lontananza da Dio: per ridursi al massimo a una inosservanza delle leggi degli uomini, in un culto della "legalità" per cui abortire un figlio, poiché è legalmente permesso, è percepito come cosa meno grave che evadere il fisco. Dentro una collettiva smemoratezza di quel male originario da cui nessuno è salvo, sempre nuovi "onesti" si alzano ad annunciare l'urgenza di ripulire la società dal male. Ma sorprendentemente tanta specchiata onestà, tanto ardore "moralizzatore" non riesce a contagiare dei suoi "valori" i figli. È una sterile, "farisaica" onestà quella che lampeggia fra i nostri scandali quotidiani. Perché non siamo capaci di salvarci da soli, e nemmeno, in fondo, di perdonarci da soli del male che facciamo e poi neghiamo, ma che molestamente, chissà perché, continua a tornarci in mente. Poi un giovedì di Quaresima il Papa invita i ragazzi di Roma a confessarsi, e quelli vengono a colmare San Pietro. Dalle facce, quando se ne vanno, sembrano contenti. Come certi di una speranza ritrovata, più grande di tutte quelle che si sentono promettere, e a cui in molti non credono più. Perché la speranza vera che manca a molti, è che si viva non per un caso, ma dentro un destino buono. E che si possa, ogni volta, ricominciare.