In una lettera di 10 righe, l'anello spezzato delle generazioni

RITAGLI    Le domande senza scampo     DIARIO
mettono a nudo i genitori

Marina Corradi
("Avvenire", 18/7/’07)

«Quelle sulla morte sono tra le domande più scomode che, da adulta non credente, mi sento rivolgere dal mio bambino. La testa calibra pacata una risposta saggia, opportuna e rassicurante. Intanto la pancia rapida, insubordinata e sincera passa la certezza del mio dubbio. E, insoddisfatta, la stessa domanda ritorna inesorabile: «"Ma, quando uno muore, i suoi pensieri dove vanno esattamente? Ma, se un bambino muore, in cielo può portare almeno un 'peluche'?"». Nella monotonia delle cronache estive, la lettera al "Foglio" di una madre solleva, come sottovoce in poche righe, una di quelle domande quasi sempre taciute, e che pure traversano, irrisolte, i pensieri di tanti padri e madri. Chi conosce i bambini sa che prestissimo, già a tre o quattro anni, si pongono le domande più grandi: da dove veniamo, e dove si va, quando si muore? Dov'è, il nonno che il giorno prima era qui? Da sempre i bambini fanno queste domande. Ma forse per la prima volta, in dimensione epocale, tanti genitori non sanno più cosa rispondere. «Domande senza scampo», confessa, sincera e impotente, la lettrice del "Foglio". Perché, certo, si può raccontare a un bambino una bella favola in cui non si crede; però non ci si sente bene, a raccontare storie ai propri figli. Oppure si può tentare di mettere insieme una risposta «saggia, opportuna e rassicurante», affermando che, pure dentro un orizzonte finito - finito sotto una lapide - ha un senso, essere onesti e lavorare e far del bene. Posizione umanamente dignitosa, tuttavia al bambino non basta, e ostinato torna a domandare: ma, e i nostri pensieri, quelli, finiscono per sempre? O c'è, dopo, una vita in cui ci saranno ancora giocattoli, e mamme, e amici, oppure tutto è buio e nulla? In una lettera a un giornale, in dieci righe l'anello spezzato, il dubbio che ha incrinato la trasmissione di senso fra le generazioni. Perché, se non sei davvero molto distratto, con certe domande occorre fare i conti. E, se non credi in niente, o menti, oppure inserisci tuo figlio dentro a un orizzonte forse "ragionevole", ma drammaticamente ridotto rispetto a quella attesa con cui gli uomini ancora si ostinano a venire al mondo. Molti adulti, oggi, questa domanda la prevengono, nel senso che evitano di avere quei figli che gliela porrebbero. Certi che niente di noi rimanga, coerentemente non mettono al mondo delle creature destinate a un po' di vita, e poi al nulla. Etty Hillesum, una giovane ebrea morta a Auschwitz, nel suo "Diario" di ragazza parla del figlio che decide di abortire in termini spietatamente lucidi: «Voglio risparmiarti il dolore. Rimarrai nella condizione di chi non è ancora nato, e sii riconoscente, essere in divenire. Provo quasi tenerezza per te. Ma ti sbarrerò l'ingresso a questa vita, e non dovrai lamentartene». Il "Diario" è del 1941: profetica anticipazione del "nichilismo" che, cinquant'anni dopo, sarebbe diventato coscienza diffusa. Ma la Hillesum, prima di salire sul treno per Auschwitz, subisce una sbalorditiva "metamorfosi". Nel campo di raccolta dei condannati ha l'inaudito coraggio di scrivere che, eppure, «la vita è meravigliosamente buona, nella sua inesplicabile profondità». E noi, siccome non ci piacciono le favole, né le risposte «opportune e rassicuranti», a questa madre sconosciuta auguriamo che le domande di suo figlio la riportino alla sua stessa domanda di bambina. E di poter rispondere un giorno, senza mentire, che la morte non è per sempre, e che niente, di ciò che è un uomo, finisce nel nulla.