Quel "branco" di San Vito dei Normanni

RITAGLI    Folle gara di ferocia    DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 15/9/’07)

«Delinquenti per mancanza di immedesimazione», è una categoria citata dai testi universitari di criminologia. Si riferisce, questa espressione, a un tipo di criminale capace di grande violenza a causa di una sorta di vuoto, di "buco nero" interiore: la impossibilità di vedere, nell'altro violato e distrutto, un uomo uguale a sé. È, quella della malvagità per "deficit" di immedesimazione con la vittima, una ipotesi che viene in mente davanti alla vicenda del ragazzo legato, picchiato, torturato a sassate sui genitali da quattro coetanei nelle campagne di Brindisi. Episodio in cui la gratuità della ferocia, e l'insensatezza della violenza, sono tali che non puoi non pensare a un guasto, a un "blackout" alla più profonda radice dell'umanità degli aguzzini.
Si parla di "bullismo", ma è espressione debole per definire l'accanimento di quei quattro su uno solo. Chiamiamo "bullismo" anche una storia come questa, forse perché ormai a questa parola ci siamo abituati, e cominciamo a considerarla una faccenda "endemica", con cui ci rassegniamo a convivere. In realtà, un gruppo di adolescenti che ne seviziano un altro sono un rigurgito di ferocia, come ancora non siamo abituati a vederne.
Eppure col "bullismo" meno atroce, più tristemente banale dei maltrattamenti ai compagni di scuola il dramma di San Vito dei Normanni ha una parentela. L'efferatezza è stata terribile - come se quei quattro, assieme, avessero reciprocamente moltiplicato una violenza molto più potente di quella di cui da soli sarebbero stati capaci; come se si fosse sviluppata, perfino oltre le loro prime intenzioni, una folle gara di ferocia. E però il principio, l'origine di un fatto simile non è così diverso, in "nuce", dal maltrattare un compagno handicappato. In ognuna di queste storie il denominatore comune è la gratuità della violenza, non finalizzata ad alcun tornaconto materiale. E, nota ancora più sinistra, la soddisfazione nell'umiliare, violentare l'altro, generalmente donna, o malato, o più giovane, in qualche modo "diverso".
L'appagamento oscuro dello schiacciare, o addirittura del tentare di annientare il più debole. Quasi che solo in questo potere su un altro, ci si sentisse uomini. Che è la più profonda radice del male. Quel male, come disse
Simone Weil, che si compie ogni volta che si faccia, dell'altro, una cosa. Ma l'urgenza di dominio dei "bulli" - terribili, o modesti - induce a pensare che questi protagonisti di sevizie collettive, di sentirsi uomini abbiano un disperato bisogno - e che dunque in realtà percepiscano se stessi, finché non si impongano con la violenza, come dei nulla.
Sentirsi un nulla, qualcosa che non ha piena ragione di esistere, che è agli occhi altrui invisibile, è un modo d'essere diffuso oggi, fra i più giovani. Sentirsi un nulla e dunque aspirare a un po' di fama, anche a qualunque costo; o almeno osservare rigorosamente gli imperativi di immagine del proprio gruppo di appartenenza, perché quell'essere "nulla" sia mimetizzato da una collettiva divisa. I più trattengono la loro ansia dentro comportamenti conformisti, ma innocui. Ma qualcuno, di natura violenta, porta all'estremo un disperato bisogno di affermare se stesso, "annichilendo" un altro.
L'altro giorno a Napoli il presidente della Croce Rossa locale, parlando nei Quartieri Spagnoli, ha offerto i suoi volontari da inviare nelle strade più difficili, contro "bullismo" e criminalità giovanile. La Croce Rossa, in aiuto ai ragazzi. Indaffarati come siamo a ascoltare il "V-day" di Beppe Grillo, o i "gossip" sulla eredità di Pavarotti, la notizia non ha avuto eco. Ma San Vito dei Normanni e Napoli sono segni di un male che ci interpella più di ogni altro: i nostri figli, e il nulla. In un confronto spesso "borghese", educato: ma che improvvisamente, in un paese, senza apparente ragione, può scoppiare, atroce.