La scarcerazione di Alberto Stasi per insufficienza di prove

RITAGLI    Il "Luminol" non fa miracoli:    DIARIO
a Garlasco si indaghi meglio

Marina Corradi
("Avvenire", 29/9/’07)

«Te l'avevo detto io, che era lui», diceva la gente nei bar appena quattro giorni fa, alla notizia dell'arresto di Alberto Stasi. Il giallo dell'estate sembrava chiuso. Tutto chiarito da prove inequivocabili, il colpevole in galera accompagnato in gran segreto per evitare i lampi di mille "flash". Contrordine, invece. Ieri le immagini dei "Tg" da Garlasco, mosse e traballanti come girate in mezzo a un "parapiglia", già rendevano l'idea del ritorno a casa di Alberto. Un corpo a corpo fra agenti e cronisti, per mestiere costretti a inseguire la notizia del giorno, come una muta di cani da caccia la preda. E la notizia del giorno è che per il "gip", le tracce trovate dai "Ris" sulla bicicletta del presunto colpevole non "presumono" alcuna colpevolezza certa. Quei risultati sono ancora provvisori, e non inequivocabili. Troppa fretta, sembra dire l'ordinanza, di chiudere un uomo in carcere. Intanto, il ragazzo di Garlasco ha passato in cella quattro giorni: che sembrano pochi, fuori, ma sono una eternità per un prigioniero che dubita di potere mai più uscire. Se Stasi sia colpevole o innocente, è una cosa che oggi solo lui sa. Ma non stiamo discutendo di questo. È invece un certo sentore della fretta di arrivare a un preciso risultato, che preoccupa, e al di là dell'omicidio pavese. Che dei risultati secondo un giudice provvisori e non univoci siano, per altri giudici, sufficienti per mandarti dentro. Per leggere con chiarezza i reperti del Ris occorreranno, pare, ancora venti giorni. E allora, non ci si può non chiedere perché non si poteva attendere quella certezza, prima di lasciare per sempre un "marchio" addosso a un ragazzo che potrebbe essere innocente - che per la legge lo è, fino a prova contraria. Un po' di ansia di chiudere questa troppo lunga storia, troppa pressione "mediatica", e forse anche troppa automatica fiducia in quei "riscontri scientifici" che ormai sono, della cronaca nera, le prove regine. Stasi è andato dentro per delle tracce biologiche appartenenti alla fidanzata. Tracce non si sa se di sangue o sudore, e quando, e come lasciate. Un famoso penalista ieri ha commentato: finché andremo avanti a colpi di piccole tracce e frammenti, non andremo da nessuna parte. Il presidente di un'associazione di periti giudiziari ha ricordato che per anni le scienze forensi hanno fornito il loro apporto in silenzio, e che dovrebbero fare un passo indietro, perché l'indagine vera è quella "classica" della polizia giudiziaria. Come a dire che l'indagine vera è quella degli uomini che interrogano, sondano, guardano in faccia altri uomini. Oggi davanti a un omicidio si ha l'impressione che a chiarire tutto saranno i Ris, che calano con tute da astronauti sul luogo del delitto. In realtà, accade che tutti quei frammenti, quelle ombre scovate col "Luminol", possano non bastare. Il dubbio è che abbiano preso un eccessivo sopravvento nelle indagini: così come nella pratica medica oggi tutto o quasi si basa su analisi e esami, e sempre meno sull'ascolto del paziente, sullo sguardo del medico che guarda l'uomo malato nel suo complesso, prima ancora di ogni raffinata tecnica di laboratorio. Certa medicina oggi pare dire: c'è la risonanza magnetica, c'è la "Tac", non c'è più bisogno di guardare in faccia l'uomo che hai di fronte. E anche i prelievi sofisticati dei Ris, eletti magari un po' in fretta nel sistema della macchina "mediatica" a prove regine, sembrano entrare in questa logica. Come la pretesa di risolvere i drammi degli uomini solo con la certezza positivistica e "facile" di impronte e tracce di "Dna". E se quella "fluorescenza" di Garlasco fosse sudore e non sangue, se fosse di una settimana prima del delitto? Almeno, adagio, anche se le telecamere premono. Nessun microscopio di Ris può soppiantare lo sguardo sull'altro, sui suoi indecifrabili pensieri. Non basta il "Luminol", a fare luce sui misteri degli uomini.