Uno studio dell’"Università di Cambridge"

RITAGLI    Consumismo e ricerca del successo.    DIARIO
L’infanzia ansiosa dei nostri bambini

Marina Corradi
("Avvenire", 13/10/’07)

L’“Università di Cambridge” ha presentato i risultati di una ricerca sui bambini delle elementari inglesi. La più approfondita indagine sull’infanzia in Gran Bretagna degli ultimi quarant’anni. Ma il responso del prestigioso ateneo è preoccupato: i nostri figli, afferma, mostrano profondi segni di comportamento “antisociale”, e un “culto” del successo e un consumismo esasperati.
«Sembra che siano già usciti dall’infanzia».
Come costretti a crescere troppo in fretta.
Un’inquietudine fra le righe di 750 interviste a bambini, insegnanti e genitori. Tornano ripetutamente delle costanti. La paura, già alle elementari, delle bande di quartiere e della prepotenza dei compagni. Il mito del successo, l’idolatria delle facce famose, e il bisogno “ossessivo” di oggetti firmati, che rassicurino dell’appartenenza al gruppo dei vincenti. Sindromi diffuse tra gli adolescenti, ma se accade già a sette anni è legittimo il dubbio di Cambridge, di un’infanzia “rubata”. Il gioco, la spensieratezza, cancellati, in un adeguamento precoce ai modelli degli adulti.
E, se la banda di bambini di dieci anni che detta la sua legge al parco giochi, magari con un coltello in tasca, ci sembra ancora un’immagine da travagliati sobborghi londinesi, invece le ragazzine che sognano di diventare vallette, o le mamme in affanno per placare la voracità di cellulari e “iPod” dei figli, sono tanto simili alle nostre, come abitassimo un solo grande “villaggio”. Sognano il successo e le foto sui giornali, i bambini inglesi. Ed è sempre accaduto, e però la novità è quella sfumatura che gli studiosi definiscono “ossessiva”. La celebrità, i soldi e le cose che ne sono un simbolo, non semplice aspirazione ma quasi desiderio “coatto”, senza alternative. Come se l’idea di fondo, già nei campi di calcetto, fosse: se non sei un vincente, non sei nessuno. Tutto, di sé, condizionato dall’esito. I figli di padri e madri che lavorano oscuramente negli uffici e nelle fabbriche sembrano nella ricerca inglese – ma, forse, non solo – dubitare della scelta dei genitori: come se la vita vera fosse altrove.
Una generazione allattata dalla tv e svezzata da “Internet”. È un’unica grande “agenzia globale” a crescere i figli dell’Occidente, che propone a tutti, a qualunque età, gli stessi miti e le stesse angosce. I bambini inglesi continuano a parlare del riscaldamento della Terra, dell’inquinamento da anidride carbonica. Sembrano vivere dentro un’ansia sottile. Ciò che manca sembra un padre, e una madre, accanto e oltre la tv sempre accesa. Qualcuno che mostri come valga la pena di lavorare, anche senza alcun “successo”, per far diventare grandi i figli; come valga la pena di vivere fuori dall’“isola dei famosi”, per costruire qualcosa. E che l’“apocalisse” non è, affatto, l’unico orizzonte possibile. Che c’è un senso, e un destino buono, e non solo per chi diventa una “star”.
Una generazione governata dall’imperativo del “successo” e insieme timbrata come da una oscura paura si affaccia alla vita, e a Cambridge i professori annotano allarmati: hanno otto anni, e non sembrano più bambini. Già modellati agli imperativi degli adulti nelle lezioni della grande “maestra” tv. E non protetti da alcun padre che dica: non è così, credimi, sono tuo padre. Il Ministero britannico per l’Istruzione minimizza: i nostri figli, dicono, non hanno mai avuto case, scuole, cibo e vestiti confortevoli come oggi.
Vero, forse. Ingrati e avidi bambini, non sembrano ancora felici. Come se tuttavia gli mancasse qualcosa – un senso e una fiducia, ogni mattina.