La frana in Val Fiscalina e i sentimenti dell’uomo
Quella cima a noi sorellaMarina
Corradi
("Avvenire", 14/10/’07)
La Cima
Una, franata? La
notizia del crollo in val
Fiscalina arriva
nelle case delle nostre città.
Sono in tanti, quelli che ogni anno ritornano nelle Dolomiti, quelli che ci sono
andati da bambini e ora portano lassù i figli o i nipoti. Sono in tanti, quelli
che nelle loro strade di pianura serbano il ricordo di quelle montagne regali,
dei loro silenzi e del loro splendore, come un luogo dell’anima che ci aspetta
intatto, per quando vorremo tornare. Per questo, il disfarsi di un costone
lassù nelle Dolomiti di Sesto, come già della Trephor nelle Cinque Torri tre
anni fa, è un sussulto al cuore, come si parlasse di qualcuno di conosciuto e
caro. Cima Una, Cima Undici, Cima Dodici, le vette su cui il sole del
mezzogiorno sta verticale, come su una meridiana di roccia scolpita per l’eternità:
a quanti sono familiari questi nomi, angolo della memoria attorno alle proprie
giornate più felici, passate su quei sentieri. La Cima Una spaccata, la sua
roccia pallida in polvere sulle case della valle, come una neve di ceneri.
Guardiamo attentamente le foto, e il profilo deturpato: sembra solo un piccolo
pezzo, ci diciamo, a cercare di consolarci. Piccolo, certo, a confronto di
quella mole. Ma è come se, da lassù, si fosse staccato e sbriciolato un
palazzo di trenta piani, mentre massi di roccia rotolavano per i canaloni con
tonfi sordi di catastrofe, gli animali del bosco atterriti. E poi una nuvola di
polvere, raccontano i valligiani, come quella delle Torri di Manhattan. Come una
bomba di materia in un istante rabbiosamente sfuggita alle forze che da milioni
di anni la tenevano costretta. Ma forse, cerchiamo di dirci, quella spaccatura
non si noterà poi tanto, nel dorso immane da "brontosauro", tra i
crepacci che spaccano la roccia come ferite, e prima della vetta, la sera,
vengono colmati dal buio. E leggiamo con ansia le parole dei geologi – il
riscaldamento del Pianeta, il "permafrost" dissolto – come prognosi
infauste per una persona cara, cui non vogliamo credere. Preferiremmo prestare
fede a quella vecchia guida di Sesto, che dice che di frane quassù ce ne sono
sempre state, solo che una volta se ne accorgevano solo i pastori. E tuttavia,
in pochi anni, quante. La antica Trephor sta lì, sotto alle sue quattro
sorelle, malamente spezzata nell’orizzonte enigmatico del Nuvolau. Che cosa ci
addolora in quel profilo sfregiato, nello schianto che riempie le valli, quando
una cima cade, e si frantuma? E che noi credevamo che quelle vette fossero
eterne. La guardavamo, da bambini, pensando: quando saremo vecchi, voi sarete
uguali, identiche, immutabili.
Porteremo qui i nostri figli, e gli diremo: guardate, come i millenni non le
sfiorano. Noi credevamo che le Cima Una, le Cinque Torri e le altre fossero le
stesse per sempre, ed eravamo contenti di poter amare, tra tante cose effimere,
almeno qualcosa di più forte della morte. Invece, anche loro cedono, anche loro
tarlate, come noi, dal tempo. Si può essere tristi, per una cima caduta,
perché non la ritroverai, l’estate prossima, fiera e possente sotto il sole
alto in cielo. Ma la ameremo forse anche di più, ora che sappiamo che sotto il
suo manto frastagliato da gigante primordiale anche lei si indebolisce e
invecchia – come una sorella, come noi.