Roma: guai a lasciar spazio alla vendetta
Non lasciamoci stordireMarina Corradi
("Avvenire",
4/11/’07)
La "squadraccia" che a
Tor Bella Monaca ha massacrato un gruppo di rumeni colpevoli solo di essere tali
è il segno più vistoso, e terribile, di quei meccanismi oscuri che scattano in
un territorio, quando la convivenza civile non sembra più del tutto garantita.
Quando la sicurezza dei cittadini non pare più protetta adeguatamente, e allora
qualcuno crede sia arrivata l’ora di farsi giustizia da solo. Certamente i
"picchiatori" di Roma erano già pronti con le loro spranghe da tempo,
e vogliosi di "dare una lezione" agli stranieri.
L’omicidio di Giovanna Reggiani per questa gente già gonfia di odio è stata
la scintilla, quasi il pretesto che attendevano per sfogare la loro violenza
sentendosi dei "giustizieri", invece che volgari teppisti. Il timore
è che un gesto simile, in un momento come questo di braci accese sotto a un
filo di cenere, possa generare emulazione. Che altre bande possano trovare
attraente l’idea di "farla pagare" a qualche malcapitato straniero,
fornendo alle proprie private frustrazioni l’alibi di una
"supplenza" dello Stato.
È uno scenario da paura, e che trova eco nelle parole di "badanti" e operai
rumeni intervistati ieri da radio e "tg": l’ansia evidente di
sopprimere quell’accento dell’Est, di precisare che i "Rom" sono
altro, da loro. L’ansia di ritrovarsi in un Paese dove ora la gente ti scruta,
apertamente o impercettibilmente ostile. Qualcuno addirittura confessa di girare
per strada con il cellulare serrato in mano, dentro la tasca, pronto a chiedere
aiuto.
E, noi? Dopo avere sentito alla televisione l’altra sera dell’atroce destino
di Giovanna Reggiani, quanti di noi, al calare del buio, hanno chiuso con più
cura tutte le mandate della serratura di casa, o sciolto la catena del cane in
cortile, o abbassato la sicura della portiera nel traversare una periferia,
mentre non l’avevano fatto mai?
Sembra che l’Italia, un posto dove al di fuori delle grandi città, nelle
province, ancora si vive abbastanza in pace, sia stata contaminata dopo Tor di
Quinto da una folata di veleno e paura.
L’aggressione a una donna simile a tante altre che alle sette di sera - e non
a notte fonda - rientrava a casa, di una signora di mezza età che scendeva da
un treno di pendolari, accende un’inquietudine collettiva: in milioni si
identificano in quella vittima, in milioni pensano che potrebbe succedere anche
a loro. Allora la paura può prendere anche chi non ne aveva mai avuta, riempire
col suo odore acre i quartieri, gli autobus, i pensieri delle madri, non appena
un figlio tarda a tornare da scuola. Paura di italiani, dietro ai cancelli di
case che improvvisamente paiono troppo isolate. Paura di rumeni, da un giorno all’altro
più stranieri e più soli.
Aspettando e chiedendo una politica per la sicurezza ragionata, non ridestata
come in un sussulto dal sonno sul corpo massacrato di una donna a Roma,
cerchiamo almeno di non lasciarci stordire da quell’odore "ferino" di paura, che
avvelena. Di provare per quello sconosciuto rumeno colpito con un machete a Tor
Bella Monaca da un plotone di falsa e bestiale "giustizia", la stessa
pietà che per la signora Reggiani. Apparteniamo a quel popolo, certo che il
male non è "straniero", ma invece da sempre compagno - vicino come la
nostra ombra, insediato nel profondo di noi.
Dopo Tor di Quinto, ricordiamoci del bestiale stupro e massacro di due donne,
anche quelle a Roma, entrambe torturate, una poi miracolosamente scampata, che
raccontò. Sono passati molti anni, ma non lo possiamo scordare, il massacro del
Circeo. Gli assassini, ricordiamocelo - quegli uomini capaci di un così
gratuito e spaventevole male - non erano stranieri, zingari, altri da noi. Erano
ragazzi italiani.