INTERVISTA

RITAGLI  Tonini: «La famiglia non è una delle variabili»    DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 14/9/’05)

Contesta il metodo, e il momento, scelti per porre la questione delle unioni di fatto al dibattito pubblico, prima ancora che la sostanza di questi "Pacs" all'italiana. Sono molto "laici" i primi rilievi mossi dal cardinale Ersilio Tonini alla comparsa tumultuosa di questo tema nel programma elettorale dell'Unione.

«Il tema della regolamentazione delle coppie di fatto è presente in tutta Europa - dice il cardinale - . Ciò che mi colpisce è che in Italia si presenti oggi non come questione da affrontare secondo i modi e i tempi consueti in cui un sistema democratico elabora il consenso, ma invece nella forma di una proposta precostituita secondo precisi orientamenti, e offerta agli elettori nei termini di un aut aut. Come a dire: chi sta dalla nostra parte deve per forza condividere questa legge; e una legge che va a toccare, comunque la si chiami, l'ambito delicatissimo della famiglia e di ciò che dovrebbe esserle equiparata, almeno per quanto riguarda alcune conseguenze concrete nei diritti dei cittadini. I partiti, originariamente luogo di ascolto della società e di mediazione dei progetti legislativi, sembrano porsi in questa logica come semplici gruppi di gregari, al seguito di un capo. L'iter democratico cui l'Italia era abituata, dalla Costituente in poi, non è certo questo: mi pare anzi che ci si trovi davanti a una deriva della democrazia, a un'antidemocrazia che violenta le coscienze degli individui. Cosa dovrebbe fare un elettore nel cui collegio entrambi i candidati appoggino questi "pacs" italiani, che vanno a toccare la concezione della famiglia e quindi la propria coscienza, se non li condivide?

Non c'è da stupirsi poi se, nella rincorsa delle minoranze, si assiste a una sempre crescente disaffezione dal voto della maggioranza dei cittadini. Eppure il risultato del referendum sulla legge 40 dovrebbe avere insegnato che gli italiani non obbediscono ai diktat dei partiti, e solo si muovono se un convincimento forte li muove. Una lezione che non pare essere stata capita».

Il metodo, dunque, con cui si pone sul piatto il dibattito, ma anche il momento - una campagna elettorale.

«Certo: ponendo la questione oggi, tutto pare venire ridotto a pura merce di scambio in chiave elettorale. Un certo gruppo di pressione, forte teoricamente di un certo numero di voti, chiede, come è accaduto nei giorni scorsi, l'inserimento nel programma di un dato provvedimento, pena il mancato consenso alle urne, e immediatamente si vede accontentato. A dimostrazione che l'unico criterio che vale oggi in politica è la vittoria ad ogni costo».

Ma ciò di cui lei parla non è un risultato del sistema maggioritario assoluto?

«Sì, di un sistema costretto a mettere insieme coalizioni profondamente difformi, i cui membri ben poco hanno in comune, col risultato di portare in Parlamento compagini spurie, dalle quali sulle più delicate questioni di coscienza l'elettore rischia di non essere rappresentato. Per uno che ha la mia età, e ricorda quale dibattito nel Paese accompagnò per esempio l'Assemblea costituente nel dopoguerra, è impossibile non vedere che ci troviamo di fronte a una deriva della democrazia» .

Un metodo che mostra i segni di uno scadimento della democrazia parlamentare, e la scelta del momento elettorale che rende ogni cosa "merce". Ma, andando nel merito del progetto adottato dall'Unione?

«Nel merito, questo disegno di legge non porterebbe nell'ordinamento giuridico solo delle norme, ma, come ogni legge, vi trascinerebbe i princìpi su cui è fondato. E non sono princìpi da poco. In una società come quella italiana, nella quale la concezione di famiglia è ancora fortemente radicata, si tratterebbe di un varcare il Rubicone. Se si va a affermare per esempio che la graduatoria per l'assegnazione delle case popolari, o l'irreversibilità della pensione, è accessibile allo stesso modo per le coppie sposate e per chi ha contratto i "Pacs" - ma non si noti, tra fratelli che vivano assieme - si afferma un principio per le nuove generazioni: e cioè che non c'è più "una" famiglia, ma diversi tipi di famiglie, e che in sostanza queste "famiglie" si equivalgono. Di modo che la famiglia tutelata dalla Costituzione, e cioè quella volta alla generazione e alla educazione dei figli, diventa solo una delle variabili possibili. Ora, questo è in sostanza il rovesciamento dei presupposti su cui si è formato il diritto in Occidente. Un rovesciamento ispirato ancora dall'onda lunga del '68, da una cultura che premia l'individualismo molto più che la continuazione della società. Dove ciò che conta di un'unione è l'affettività, e il fine della trasmissione generazionale è relegato a un ruolo secondario».

Si sono già levati gli scudi contro l'intervenire della Chiesa in argomenti che non la riguarderebbero. Perché secondo lei invece questo intervento è legittimo?

«È un dovere della Chiesa dare il suo giudizio quando si vanno a toccare questioni essenziali per il futuro delle prossime generazioni, attinenti la stessa essenza del vivere comune. Vorrei ricordare che in questo Paese, nel 1948, fu un bene per tutti se la Chiesa si schierò con decisione da una parte, evitando all'Italia la sorte delle nazioni dell'Est. Ci sono occasioni in cui la Chiesa ha il dovere di parlare. Lo svilimento della tradizione democratica, la sortita in tempo elettorale su temi delicati come tutti quelli attinenti il concetto di famiglia, sono una di queste occasioni».