Le vittime della meningite ci ricordano che noi non siamo immortali

RITAGLI    Se un meningococco s’insinua    DIARIO
ecco aprirsi una crepa di paura

Marina Corradi
("Avvenire", 19/12/’07)

Dal Ministero della Sanità dicono, e possiamo crederci, che tutto è normale: la meningite colpisce nei mesi più freddi, e un caso a Roma, uno a Milano e otto in Veneto faranno, alla fine dell’anno, sommati agli altri, gli oltre 400 casi di ogni anno. Ma a guardarla dai paesi della Marca trevigiana, da Conegliano, da Montebelluna, dove in poche ore sono morti in tre, e in cinque sono ricoverati, e in centinaia hanno affollato i posti di pronto soccorso degli ospedali, questa vigilia di Natale tanto normale non è. Perché alla fine, certo, saranno sempre quattrocento i casi d’infezione in Italia; ma è così piccolo il raggio del cerchio che comprende i paesi toccati dal contagio, e così rapido il cadere delle vittime, che l’impatto in quel pezzo di Nord Est, per quanto si mantengano i nervi saldi, è forte. E può “riscuotere”, nei vecchi, antichi ricordi, di tempi lontani in cui si moriva di infezioni anche più banali. E svegliare, nei ragazzi, uno sbalordito stupore: morire di un’infezione, in ventiquattro ore? E la medicina, e gli antibiotici? I giornali e le radio del Trevigiano ripetono che chi era in quella infausta festa in una birreria di Pederobba la notte dell’8 dicembre deve andare da un medico. La macchina sanitaria del Nord Est, lanciata in tutta la sua nordica efficienza, mette sotto profilassi antibiotica 900 persone. Di più, sembra, non si potrebbe fare, eppure dall’ospedale di Montebelluna arriva secca la notizia che anche una terza malata, una donna di trent’anni, è morta. Anche le altre due vittime erano giovani, uno aveva appena quindici anni. Erano tutti giovani, quella notte di dieci giorni fa in una serie di feste fra Soligo e Pederobba, e il “Rumba”, un locale da ballo di Conegliano. Musica sudamericana, alcool. Forse, bicchieri nell’ebbrezza scambiati. L’Aids, non si prende con un sorso di birra, e comunque ormai quasi non se ne muore. Di tutti i pensieri, il più improponibile e assurdo sarebbe stato quella notte che una malattia mortale si aggirasse per la festa, come nel famoso racconto di Edgar Allan Poe. Poi, con la coscienza del contagio, grappoli di ragazzi pallidi nelle sale d’attesa degli ospedali, inquieti ma ancora fiduciosi: quattro pillole, e sei a posto. Scoprono con stupore tuttavia che c’è qualcuno che non ha fatto in tempo, e che nemmeno in sala di rianimazione, sottoposto alla più massiccia terapia, si riprende. Un dirigente del Ministero spiega quasi con un velo di imbarazzo che della “norma” fa parte anche un 10 per cento di casi il cui il meningococco è fulminante, gli antibiotici impotenti, e l’organismo si arrende. Non restiamo anche noi stupiti all’annuncio di questa non lieve percentuale di sconfitta? Come quando, in un vecchio cimitero di montagna, ti imbatti ancora in quegli angoli di antiche piccole tombe, allineate e dello stesso anno, e i figli ti chiedono attoniti come è possibile che morissero insieme tanti bambini, e tu gli spieghi che prima degli antibiotici, cioè appena sessanta anni fa, si moriva anche di scarlattina. Già, prima degli antibiotici, anni luce fa. Quando perdere un figlio era normale, e diventare vecchi una rarità. Quante cose ci siamo scordati in sessant’anni. La precarietà come costante di vita, la paura del contagio che poteva farsi rapidamente violenza verso poveri fasulli “untori”. Le “pesti” collettive che cancellavano anche la pietà. Poi , è stata scoperta la penicillina. Salvo che dal cancro e dall’infarto, in Occidente siamo un’umanità pressoché garantita.
Fino a quando un meningococco maligno si accanisce in una festa di ragazzi nella Marca trevigiana. La cosa non altererà le statistiche nazionali, ma per tre giorni avrà aperto fra quelle terre pacifiche una crepa sottile e profonda, che oscura di ricordi gli sguardi dei vecchi, e sbalordisce i più giovani: così vivevano gli uomini una volta, quando non credevano di essere immortali.