ALTRUISMI TUTT’ALTRO CHE «SCONTATI»
I pesi degli altri
sulle spalle dei preti
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Al
fianco di anziani, malati, "senzatetto".
I sacerdoti sono sempre al loro posto, spinti solo dal Vangelo.
Ma chi se ne accorge?
Marina
Corradi
("Avvenire",
27/12/’07)
È una cosa tanto
scontata che in tanti leggono, e passano oltre. Preti che trascorrono la sera di
Natale con i "senzatetto", o a dir Messa fra i derelitti della stazione; vescovi e
cardinali in visita nelle carceri, e suore e frati a servire in tavola centinaia
di "clochard", e, soprattutto, a parlare con loro. Sono notizie così
abituali nelle cronache, che non ci si fa caso. Ovvio, che il vescovo dica Messa
per i detenuti, naturale, che un prete festeggi fra gli ex
"tossicomani", non è il loro mestiere? Sono ben pochi i medici, i
magistrati, i giornalisti, per quanto devoti al lavoro, che a Natale non
stacchino il cellulare, ritenendo di meritarsi un giorno di pace. I preti,
invece, no, anzi se non andassero loro non si sa come si potrebbe umanamente
parlare di Natale e di speranza in un carcere dove c’è chi ha ammazzato dei
bambini, o è dentro per strage.
Ma lo spendersi natalizio dei sacerdoti ci appare del tutto dovuto. Benché
ultimamente l’immagine di cui gode la categoria non sia delle migliori –
fruitori degli iniqui privilegi fiscali della Chiesa, "sopraffattori" di libere
coscienze, "omofobi", assurdamente celibi – tuttavia resta nella
memoria collettiva che il prete si interessa dei poveri e dei disperati. E che a
Natale va a dire Messa – se lo vogliono – anche per quei due di Erba che
alcuni onesti concittadini invitavano a impiccarsi, o peggio. Il sacerdote
dunque, con tutti i suoi limiti veri, oltre a quelli che con qualche interesse
gli attribuiscono alcuni giornali, è figura di sorprendente contraddizione nel
caldo tepore dei nostri Natali domestici. Noi tra facce ben note e care, lui tra
sconosciuti magari miserabili, magari non troppo perbene – certe facce, in
quelle carceri, da far partire all’istante una fiaccolata di protesta solo a
vederle per strada.
Tuttavia, vanno. E non solo a Natale. Gli altri giorni, anche. Vanno, e restano,
per tutta la vita in lontane missioni di cui non sappiamo il nome, finché un
giorno non viene ammazzato il missionario.
Vanno, spinti da che? Benedetto
XVI lo spiega
nella "Spe
salvi"
quando ricorda le parole di Agostino: «È il Vangelo che mi spaventa». «Quel
salutare spavento – dice il Papa – che impedisce di vivere per noi stessi e
che ci spinge a trasmettere la nostra comune speranza».
In poche righe dell’Enciclica si delinea lo straordinario itinerario di un
uomo che nelle "Confessioni" scriveva: «Atterrito dai miei peccati e
dalla mole della mia miseria, avevo meditato la fuga nella solitudine». E più
avanti: «Sono molte e pesanti le mie debolezze, molte e pesanti, ma più
abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che la tua Parola fosse
lontana dal contatto dell’uomo e disperare di noi, se questa Parola non si
fosse fatta carne e non avesse abitato in mezzo a noi».
Vanno, i sacerdoti, dai "clochard" e nelle prigioni e in fondo all’Africa, ma
– ciò che i moralisti proprio non sanno comprendere – non perché sono
straordinariamente buoni, nobili, generosi, puri. (Agostino, «atterrito dai
suoi peccati e dalla sua miseria»).
I sacerdoti sono uomini come gli altri, ma presi dentro da un Dio che s’è
fatto carne nella storia. Non parlano astrattamente di "valori", ma
hanno seguito Cristo al punto di dargli tutta la vita.
«Spaventati», travolti dal Vangelo, a Natale, vanno ad annunciare che è nato,
e che dunque c’è una ragione di speranza, a quelli cui gli altri manderebbero
nel migliore dei casi gli assistenti sociali: col panettone, e un "alato" discorso
su una vacua bontà.