Quelli mancano di tutto, i nostri hanno tutto

RITAGLI  Se sniffano i ragazzi in Africa  DIARIO
i nostri perché lo fanno?

Marina Corradi
("Avvenire", 16/10/’05)

È un missionario italiano tornato dopo anni dall'Uganda. Laggiù, racconta, la droga sono i vapori della colla. Molti ragazzi sniffano per farsi passare i crampi della fame. Per dimenticare la fame - e l'Aids, e un avvenire miserabile. Ma, domanda il missionario, «che cosa vogliono dimenticare quegli occidentali che si drogano?». Perché, se un fenomeno si diffonde come riferisce l'ultima relazione sulla tossicodipendenza alla Camera - raddoppiato fra il 2001 e il 2003 il numero di 35-44enni che ha fatto uso di cocaina, fra gli studenti delle superiori il 3,5% dichiara di avere assunto cocaina nell'ultimo anno, il 10% dei diciannovenni ha provato - è lecito domandarsi quale collettivo malessere renda di massa un fenomeno che fino a vent'anni fa apparteneva a delle minoranze. Che cosa cerca, dunque, questo numero crescente di persone, nella coca piuttosto che nelle pastiglie e nell'alcool ingoiati assieme in discoteca? «Il superamento di un senso di vuoto, di assenza delle motivazioni e delle risposte», recita la relazione al Parlamento. Così gli intervistati cercano di spiegare quel drogarsi beneducato, che permette di restare “regolari”, solo accendendo qualche notte di una luce eccitata. Fuggirebbero, dunque, da un vuoto. Non certo un vuoto di cose e di beni materiali, che non mancano in Italia nemmeno tra i più poveri. Diceva Mario Luzi in un'intervista, non molto prima di morire: «Mi fanno pena questi ragazzi, soffocati dalle cose». Sommersi dalla roba, e dal desiderio indotto di possederne sempre di più. Ma, da quella moltitudine di cose, alla fine come sopraffatti. Quasi si diffondesse epidemicamente il male di vivere un tempo raccontato nella Nausea da Sartre, e non più a livello di classi intellettuali, ma di masse. («Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione d'esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente inquieto si sentiva di troppo...»). Di troppo in rapporto agli altri, e alle cose, che nella Nausea apparivano scollegate dal nesso con la realtà, materia assurda e quasi oscena. Pochi, dei ragazzi che prendono cocaina o altro, hanno letto Sartre, ma probabilmente ritroverebbero in quelle pagine il “vuoto” che cercano di raccontare agli operatori dei Sert. Come se, sotto le apparenze superficiali di un gaio nichilismo, si tentasse in molti di sfuggire a una realtà in cui le cose abbondano, ma è incerto che rendano più felici, e se siano poi, tutte quelle “cose”, ragione sufficiente per alzarsi al mattino. Tanto somiglia, lo stordimento artificiale di una notte, al cercare emozioni estreme solo per convincersi di essere vivi. Da cosa scappano?, chiede un italiano che arriva dalle desolazioni dell'Africa. Forse dal non senso di una realtà in cui appaiono incrinati i nessi fondamentali. Si cresce, si studia, si lavora, ci si diverte, ma, alla fine, per che cosa? Un tempo schiacciato nell'attimo del puro presente ha cancellato memoria, e voglia e senso di continuare. Anche gli amori più grandi, si impara, sono “attimo fuggente”. Certo, si può diventar ricchi, ma non basta: i ragazzi delle famiglie più agiate “scappano” più degli altri. Diventare famosi, forse? È il mito più inseguito, forse nell'illusione che l'adorazione delle folle riempia quello strano disagio. Eppure, né i più amati né i più belli si salvano. Strana ansia di altro. Senso di vuoto, dicono confusamente. Dio? Dio, se c'è, non c'entra, gli è stato insegnato, o è un Dio talmente indefinito da non contare nulla. Che la domanda originaria, negata, permanga? Forse sotto alla voglia di scappare, c'è ancora il “cor inquietum” di Agostino. Non cambiano poi di tanto, nei secoli, le domande degli uomini.