IL MISTERO DEL MALE DIETRO L’ORRENDO DELITTO

RITAGLI    In fila per il processo di Erba.    DIARIO
Uno sguardo sull’"abisso"

Marina Corradi
("Avvenire", 30/1/’08)

Qualcuno si è messo in coda dalle cinque del mattino, come per "accaparrarsi" i biglietti della "prima" della "Scala". Qualcuno, dotato di senso degli affari, quel biglietto l’ha rivenduto al migliore offerente – e di offerenti non ne sono mancati. E ora gli spettatori (anche se meno numerosi del previsto) si accalcano davanti all’ingresso del "Tribunale" di Como, casalinghe, pensionati, ma anche ragazzi di vent’anni. E a chi chiede loro perché, e cosa vengono a vedere, rispondono: "Le facce di quei due".
Quei due, Rosa Bazzi e Olindo Romano, che hanno confessato e poi ritrattato, e ora lottano contro prove come "macigni", in corsa contro l’ergastolo. Quei due assassini presunti per la legge, per cui alcuni fuori dall’aula hanno già deciso la condanna, e stabilirebbero forse volentieri anche la pena - una sommessa nostalgia di "pena di morte" si aggirava il giorno dell’arresto, nei "crocchi" davanti al cancello di "Via Diaz 25".
E dunque questa volta non è il "giallo", non è un mistero come a Garlasco o come a Cogne a accendere una curiosità "morbosa". La gente in coda non dubita un istante che gli autori del massacro siano i coniugi Romano. È un’altra, l’ansia: vedere in faccia, piantare gli occhi addosso ai "prigionieri". Che ora se ne stanno, dietro le sbarre, mano nella mano. Così normali, così "banali". Anche prima di quella notte d’inverno Olindo e Rosa apparivano, agli occhi della gente di Erba, la coppia più normale del mondo. Gran lavoratori, lui netturbino, lei una "colf" perfetta. La casa acquistata con tanti sacrifici sempre "tirata a lustro". Sì, in lite coi vicini rumorosi, ma in quale cortile non succedono queste cose? Olindo e Rosa parevano una coppia modello. Proprio questo turba ancora di più, dopo il massacro – dopo che in quella casa sono stati uccisi in quattro, e anche, pensiero intollerabile, il bambino. Che uomini apparentemente come tanti possano essere stati capaci di un simile male, genera un "sussulto" viscerale di sgomento.
(Se due lavoratori onesti, la fedina penale "intonsa", hanno fatto questo, vogliamo vederli in faccia. Fateceli vedere – quasi a cercare negli sguardi, nelle parole qualcosa di radicalmente diverso da noi).
E però questa esigenza "coatta" di vedere sembra celare, insieme all’ansia di prendere le distanze, "simmetrico" e uguale, anche il suo contrario. Come la voglia oscura di affacciarsi su un "abisso". Seduti dietro le transenne in un’aula d’"Assise", voglia di sporgersi in giù verso quel "pozzo nero" di male scoppiato una notte in una quieta città. Cos’è stato quel "gorgo" venuto su improvvisamente come dal nulla, da quali "inferi" è uscito, e quei due, perché proprio loro ne sono stati ingoiati?
Sembravano gente a posto.
(Anche noi, tante volte, abbiamo la vaga idea di fare del male, e poi restano soltanto pensieri. Come mai quell’uomo e quella donna, invece, così "avvinghiati" nell’odio, e dall’odio ciecamente manovrati?).
Sporgersi sull’"abisso" in un’aula di tribunale, oppure anche seduti davanti alla tv. E certo è vero che a queste "pulsioni" i "media" fanno da "volano", e ne allargano il contagio. Ma non ne sono in realtà gli autori. Le folle che nei secoli si raccoglievano attorno ai "patiboli" non obbedivano forse a una simile inquietudine? Vedere coi propri occhi gli assassini. Guardarli da vicino, tra la ripugnanza e la paura, quegli "stranieri" che ora, passata la furia, hanno facce di uomini non così diversi da noi. Avvicinarsi all’"abisso", e rassicurarsi: a noi, quella "voragine" buia non potrà prenderci.
Accarezzare – senza magari ammetterlo apertamente – forse perfino l’idea di una morte data come in un rito "catartico", che ricomponga l’ordine e la pace violati. Per affermare che non c’entriamo, noi, con quella oscura "vertigine". Immemori, dimentichi della più antica nostra preghiera. "Liberaci dal Male", dicono da duemila anni i cristiani: consci d’averlo addosso, come un’orma antica.