LOURDES, 150 ANNI DOPO

RITAGLI    Il miracolo davvero più grande    LOURDES
qui non si vede

Santuario di Lourdes: meta della speranza...

Marina Corradi
("Avvenire", 12/2/’08)

Lourdes, sono passati 150 anni. 150 anni sono moltissimi per la memoria e le passioni degli uomini. In questo stesso arco di tempo sono nate, e tramontate, le ideologie più potenti della modernità. Rimane vivo invece il ricordo di una ragazzina analfabeta che in un paese dei Pirenei affermò l’incredibile: di avere visto, di avere parlato, addirittura, con la Madonna.
Un secolo e mezzo dopo, milioni di persone continuano ad andare a Lourdes. E certo, a chiederne ragione a qualcuno dei maestri del "laicismo" d’ordinanza, ti spiegherebbe con un sorriso di condiscendenza che di "superstizione" si tratta, alimentata dal bisogno e dal dolore degli uomini. C’è però un fatto, a Lourdes, che meriterebbe una spiegazione più attenta. Ed è che una moltitudine di persone continui ad andarci, e spesso a tornarci per tutta la vita. Come in un passarsi la parola, da 150 anni. Pur non avendo ottenuto il miracolo di una guarigione eclatante, tornano. Cosa che razionalmente non si spiega se non col fatto che a Lourdes hanno trovato qualcosa, per cui vale la pena di andare, e tornare.
Che cos’è questa cosa nascosta e potente che riempie ancora i treni dei pellegrini in viaggio nella notte attraverso un’Europa "secolarizzata"? Non sono tutti malati. Ci sono ragazzi, c’è gente in perfetta salute che, ogni anno, ritorna. Per capire bisogna guardare le facce alla mattina presto, in coda davanti alle piscine. Migliaia di donne e uomini venuti dai più lontani angoli del mondo: "borghesi" occidentali e contadine slave, africani e indiani, "ottuagenari" e donne incinte. (Difficile, inquadrare "sociologicamente" questo popolo. Li si direbbe, guardandone le espressioni tranquille nell’attesa paziente, semplicemente uomini – come ridotti a una "domanda" comune e essenziale).
Uomini e donne, venuti a domandare. Non necessariamente una guarigione. Più spesso, la forza di andare avanti; un senso per cui valga la pena di andare avanti con tutte le proprie sofferenze, visibili o nascoste. Vengono a domandare "speranza". Ciò che non si trova facilmente nelle nostre città assordate di voci, nei nostri centri commerciali "debordanti" di ogni oggetto di desiderio. A volte, nemmeno in molte delle nostre case, dove di ciò che più importa si fatica a parlare.
Lourdes è in realtà come la mano tesa di un mendicante – migliaia, milioni di mani spalancate. Il miracolo quotidiano e umile di Lourdes è che tanti qui ritrovano speranza. Speranza come un "filo sottile" ma forte – come il rosario stretto in pugno, quasi ad aggrapparcisi, dalla gente nella Basilica. Il miracolo più grande a Lourdes non si vede, e non vale una "colonna" sui giornali. È nella faccia di tanti che la sera se ne escono dal Santuario, facce da uomini non "rancorosi" o disperati o cinici, ma fiduciosi. Facce di uomini in pace.
In questo posto la fede più facilmente che altrove si fa – secondo la espressione di
Benedetto XVI nella "Spe Salvi" – già "hyparxin", già sostanza di ciò che spera. Non un protendersi verso un futuro promesso e lontano, ma già il principio tangibile della promessa. Sostanza concreta, che già cambia la vita: in cui la giornata si apre in un altro respiro – così come nella attesa di un destino buono anche un presente duro si fa sopportabile. È per via di questa "sostanza" che in milioni vanno a Lourdes, dove misteriosamente la speranza si tocca come l’acqua della fonte, con le mani. Si passano la parola, mandano i figli e i figli dei figli. E son passati centocinquant’anni, ormai.