Talora bisogna dirlo

RITAGLI    Al prete noi vogliamo bene    DOCUMENTI

Marina Corradi
("Avvenire", 13/2/’08)

In un tempo che accetta e esalta ogni più ampia "declinazione" della libertà individuale, ogni genere di legame, ogni facoltà di "recedere" quando si voglia dalla scelta fatta, c’è una figura che viene rappresentata spesso come incomprensibile, e "anacronistica", quasi assurda, un resto del passato che dovrà cedere agli urti della modernità impellente. Questa figura è il sacerdote. Il cardine della Chiesa, l’uomo che attraverso la sua faccia la rende visibile e presente in ogni parrocchia di paese, prossimo a tutti, nemico a nessuno. Ma i preti non godono oggi di una buona "immagine". Quando se ne parla, è facilmente per raccontarne colpe presunte, oppure vere, ma con un accanimento strano, come godendo dello scandalo dato da chi "predica bene". E quasi mai dicendo di quanto questi uomini danno ogni giorno, di bene e di coraggio. Quasi un’intolleranza maturata verso una figura non compatibile con gli "imperativi" dominanti: successo, individualismo, istintività.
È in questo contesto che nasce, da un laico come
Vittorino Andreoli, l’esplorazione della figura del sacerdote che inizia oggi su "Avvenire". Laica curiosità di indagare senza pregiudizi su chi è oggi il prete, e cosa opera, e quale funzione assolve nel suo stare in mezzo alla gente, presente per chiunque lo cerchi. "Laica" come contrario di ideologica, della "verità" di chi a priori sa già tutto; e, anzi, curiosità esplorante nella forma di un dialogo, che sollecita i sacerdoti a intervenire. Sarà un bel viaggio. Dentro a un mondo che pare, dice Andreoli, voler disfare le radici su cui è cresciuto, bello andare a chiedersi, di questi oscuri testimoni di altro da ciò che oggi è detto desiderabile o obbligatorio: e voi, chi siete? E cosa dite agli uomini?
Viaggio al centro di una affascinante "contraddizione". Perché, anche nel breve dialogo con un giovane prete o con un vecchio parroco di montagna, la contraddizione con il "Sollen" morale del nostro tempo salta agli occhi. Il prete è uno che al successo, alla riuscita, a un appagamento affettivo preferisce altro. Che sceglie di mettersi totalmente al servizio di Cristo, e quindi degli altri. Come indicando che c’è qualcosa di più grande di tutti i nostri comuni e pure giusti obiettivi. ("Io, volevo tutto", ci ha detto pacatamente un giovane missionario in partenza per un paese lontano).
Già una domanda così grande, in tempi di modesti desideri, spaventa. E poi, la rinuncia alla sessualità, così scandalosa in tempi in cui il possesso fisico si pone come l’orizzonte di ogni rapporto, e "verginità" è parola considerata ridicola. E, ancora, quell’altra parola, "vocazione", al centro della vita – vocazione, a intendere che qualcuno ti chiama, e che ha un disegno su di te: lo "scandalo" della domanda di Dio sulla tua vita.
Eppure, in mille storie di cui i giornali non parleranno mai, quanti uomini affaticati e contenti, uomini cui la gente vuole bene e è grata. Grata perché ci sono, pur comprendendo magari solo confusamente la ragione di quella apparente solitudine, di quel restare fedeli a parole antiche che oggi in pochi amano ascoltare. Grati del tempo dato a figli cui i genitori faticano a parlare; di una parola di misericordia, in un mondo in cui ci si giudica e non ci si perdona. Di una speranza più grande delle ansie quotidiane. Come quel vecchio sacerdote ottantenne in un paese di montagna fuori dal mondo, che ci disse: «Sa, se fossi chiamato questa notte, non ho paura, io sono contento». E che guardammo con silenziosa meraviglia. Quello star dritti, lieti davanti a ciò che a quasi tutti fa paura – certi di un altro destino. Strani uomini, ci siamo detti quel giorno e molte volte ancora. Strani uomini, in mezzo a noi testimoni.