Perché non si è cercato meglio?

RITAGLI    Angosciose domande ai bordi di quella cisterna    DIARIO

Marina Corradi
("Avvenire", 27/2/’08)

Li avevano cercati per mesi nei casolari della Murgia. E poi per tutta la Puglia, e anche in Romania. I due ragazzini scomparsi a Gravina quasi due anni fa erano così vicini, invece. E viene in mente quel passo dei "Promessi sposi" in cui una "conversa" del Monastero di Monza era improvvisamente sparita. E di cui «si fecero gran ricerche» in città e nei dintorni; e poi, avendo cercato ovunque da cima a fondo, si disse che doveva essere andata lontano, lontano, in Olanda, si sussurrava. Ma, scriveva Manzoni, «se ne sarebbe potuto saper di più, se, invece di cercar lontano, si fosse scavato vicino».
Se si fosse cercato vicino. È questa la frase che torna e ritorna in bocca a tutti, a
Gravina e fuori. Li avevano davvero cercati, in quella cisterna? Con una punta di angoscia insostenibile, per via di un dubbio forte e atroce. Perché, in qualsiasi modo laggiù siano finiti Salvatore e Francesco – caduti, o spinti – , la posizione in cui sono stati trovati i corpi fa pensare che non siano morti subito. Non erano nello spazio angusto della "verticale" del pozzo in cui è precipitato l’altra sera un bambino, ma più in là, in una cisterna adiacente; e, dice chi li ha visti, "rannicchiati" su se stessi, le scarpe di uno tolte e ordinatamente appaiate. Come se – caduti, o spinti – avessero avuto la forza per trascinarsi qualche metro più in là; oppure, entrati o costretti a entrare per un altro "pertugio" in quella antica cisterna, a lungo avessero atteso di morire. Ciò che pare incredibile è che le loro urla non siano state sentite da nessuno, mentre squadre di uomini "setacciavano" il paese in lungo e in largo. Ed è possibile che nessuno abbia pensato a una casa abbandonata dove da sempre giocano i ragazzi del posto? L’atteggiamento in cui sono stati ritrovati i corpi, "raggomitolati" su se stessi come fanno i bambini quando hanno paura, e uno, sembra, con un dito in bocca, fanno pensare all’addormentarsi di chi "stremato", senza più speranza, si abbandona.
Giugno era, quel giorno, e faceva già caldo. I due vengono trovati dal padre ancora in piazza a giocare alle nove di sera, come accade nei paesi del Sud. E poi, poi più nulla. Il padre di Salvatore e Francesco resta in carcere; certe telefonate "intercettate" sono, per gli inquirenti, «indizi consistenti». «Non dire a nessuno dove stanno i bambini», avrebbe detto l’uomo un giorno alla sua convivente. Ma, se si può arrivare a immaginare che in uno scatto d’ira un "padre padrone" uccida i suoi figli, quello che sarebbe successo a Gravina no, pare troppo. Condurli a una nascosta "prigione", gettarceli e andar via, sapendo che moriranno di sete e di fame nel buio. Troppo, anche per il peggiore degli uomini.
E così davanti alla tv ci si dice che, forse, i bambini nel pozzo sono caduti da soli. Magari "inscenando" una fuga dopo i rimproveri del padre, e irragionevolmente, a notte fatta, tornando sul luogo dei giochi con gli amici. Magari uno precipitando, e l’altro anche, nel tentativo di portare soccorso al fratello. Magari. E speri che quelle scarpe da ginnastica tolte siano state, nel buio, il tentativo di disperatamente convincersi d’essere a casa, quando si va a letto e ci si toglie le scarpe per dormire. Come se tutto fosse stato solo un "brutto sogno". Speri che siano "sprofondati" nel sonno, Salvatore e Francesco, certi che li sarebbero venuti a salvare.
L’idea di una "terrifica" punizione, di un padre che ti condanna a morte e se ne va, è insostenibile. La ferocia di un padre può essere di un istante, ma non di giorni, impassibile, "opaca". Perché se così invece fosse, ancora una volta la realtà ci costringerebbe a guardarci in faccia con una non "dicibile" paura. Chiedendoci cosa sono gli uomini, e di che cosa possiamo essere capaci.