Colloquio sulla "RU-486" con mia figlia e le sue amiche

RITAGLI    Quell’aborto «leggero»,    DOCUMENTI
mistificazione che pagherete

Marina Corradi
("Avvenire", 29/2/’07)

È un gran giorno per le donne italiane, ha dichiarato il ginecologo "radicale" Silvio Viale in occasione del primissimo passo «istruttorio» in sede "Aifa" della procedura per l’introduzione della "Ru-486". E per il "Presidente della Camera" Fausto Bertinotti è una decisione che rassicura sul «grado di civiltà e sul rispetto della persona». Poi, Bertinotti ha definito la "Ru-486" un «anticoncezionale», in un "lapsus" infelice che però dice qualcosa di come la pillola per abortire, in quanto «pillola», e dunque all’apparenza cosa semplice che si manda giù con un bicchier d’acqua, viene comunemente percepita.
Leggendo di tanto entusiasmo e civiltà e progresso, mi è venuta in mente mia figlia. Caterina avrà undici anni in estate. È ancora una bambina, ma è già di quella generazione che – se il "Progresso" procede come deve – dai giornali, dagli amici, dalla tv, da tutto il mondo attorno sarà educata a pensare che, semmai ci si ritrovasse ad aspettare un bambino, è semplice: c’è una "pillola". Forse le più "avvertite" delle sue amiche sapranno che non è una ma sono due, e che non funzionano proprio in un’ora ma in molte, e che te le danno solo in ospedale. Però, insomma, un paio di pillole, ci si dirà nelle "confidenze" fra quindicenni, e il problema è risolto. Di certo l’idea di una pillola preoccupa di meno che i "ferri" del chirurgo addosso. Sembra – sembra, soltanto – una soluzione più "lieve". E se la soluzione sembra "lieve", non diventa meno grave anche la paura di trovarsi nella situazione di abortire? Se accade, pazienza, c’è la pillola che rimette a posto le cose.
Non ragioneranno così quelle che oggi hanno l’età di mia figlia? Non è del tutto naturale che comincino a ragionare così? Ma a mia figlia e alle altre vorrei dire, da madre: guardate che è un "inganno" doloroso, quello in cui vi conducono. L’introdurre un sistema che abbassa la percezione del "dramma" che l’aborto in realtà è, non è farvi un favore. È invece una "mistificazione", che pagherete voi. Ci "cascheranno" dentro le più sole, e quelle che riflettono meno.
Scopriranno con un "sussulto" di aspettare un figlio che non vogliono, e si rincuoreranno: "beh, c’è la pillola, ora". Una pillola semplice, e nessun complicato pensiero. Lo crederanno – perché glielo avranno fatto credere. Poi, nelle lunghe ore in cui il "veleno" agisce, si affacceranno nelle ragazze educate a non pensare i pensieri "negati", e ombre, e dubbi, e forse taciti "ambivalenti" desideri di quel figlio "annientato". Ma sarà troppo tardi, in una solitaria silenziosa "agonia". L’aborto "semplice" sarà l’aborto più ferocemente "censurato" tra sé e sé; quello di cui non si dice con gli altri, non si fa cenno, non si piange. Quello che però torna "tagliente" come una lama di coltello il giorno in cui stringi felice fra le braccia un figlio (in un pensiero "lacerante": il figlio che non è nato, era come lui). Quello che "rode" dolorosamente se poi nessun figlio, quando lo vuoi, arriva, e tu continui per sempre a ricordarti di "lui". (Queste cose i noti ginecologi non le sanno, e neanche i "Presidenti della Camera". Le sanno, e le dicono poco, le donne). Caterina e le altre, quello che voglio dirvi è che quest’ultimo ritrovato del "Progresso" servirà a non riconoscere con chiarezza cosa è davvero in gioco, quando si rifiuta un figlio – a "confinare" l’aborto in una insostenibile "leggerezza". Ma, non esiste un aborto "leggero". C’è una "radice" nella donna, di questi tempi negata, eppure c’è: un figlio, voluto o rifiutato, resta per sempre nella pelle, e nel cuore. Vi diranno: ora basta una pillola. Vi diranno: un bicchier d’acqua, e via. E, "spensieratamente", nulla vi diranno del dolore.