La scelta ardua e grande di mamma Paola, malata di cancro

RITAGLI    A Pieve la nemica è arrivata    DOCUMENTI
e ha trovato vita, non resa

Marina Corradi
("Avvenire", 9/4/’08)

La notizia rilanciata sulle "agenzie" è scarna: Paola Breda, da Pieve di Solìgo in provincia di Treviso, 38 anni, è morta ieri di un cancro che le era stato diagnosticato diciannove mesi fa. Ma lei, incinta, prossima al sesto mese, aveva deciso di non fare la "chemioterapia" per non danneggiare il bambino. Il figlio è nato, sano. Si chiama Nicola, oggi ha 17 mesi. La donna lascia lui, un’altra figlia e il marito. È stata una scelta, "libera", e tale, nel suo "coraggio", che non ci sentiremmo di dire a un’altra, nelle stesse condizioni, di fare lo stesso.
Certo "coraggio", non lo si può imporre a nessuno. Qualcuno ce l’ha.
Qualcuno, non sapendo di averlo, lo trova nei momenti "estremi". La storia di Treviso è rara nelle cronache, ma non unica. Accade qualche volta che una donna incinta alla notizia di una malattia mortale scelga, fra sé e il figlio, la vita del figlio. È una scelta che oggi a molti appare "incomprensibile". Addirittura "provocatoria"; e inopportuno il parlarne, quasi che in tempo di "diritto alla salute" rinunciare a curarsi per una gravidanza fosse roba da "integralisti", o da "matti". In tempi in cui un esame "dubbio" basta a consigliare l’aborto, sfidare un cancro per un figlio appare un pericoloso "estremismo". Ma proviamo a guardare a questa storia senza "ideologia". C’è una donna che aspetta un bambino.
Ne ha già avuto una, dunque sa cos’è un figlio. Ne ha già anche perso uno in grembo, aggiunge "fuggevolmente" la cronaca, e dunque sa cos’è aspettare, chiamare per nome un bambino che poi non arriva. Con queste due "memorie" addosso, al sesto mese si sente dire: hai un cancro, curati o morirai. Deve essere stata una "notte" lunghissima. (Le "notti", davanti a certe scelte, sono "eterne").
Con il ricordo di quella figlia già avuta: bella, "ridente". Con il lutto ancora "tagliente" dell’altro, che non era arrivato. E sentendosi addosso, ora riconoscibile, un "nemico" mortale. Quanto "vantaggio" aveva il cancro?
Certo, tre mesi persi gli avrebbero assicurato la "vittoria". Ma, la "memoria" del parto, della bambina, dei suoi occhi infine decidono. Non può rinunciare a uno che avrà quegli occhi, a nessun costo. Farà solo le cure che non nuocciono a lui. Lui, quel figlio, la morte e la malattia non lo devono toccare. Lui, sua madre vuole metterlo in salvo. Il "buio" che la insegue, non lo prenderà. Fino al parto, che lunghi giorni in quel piccolo paese del Trevigiano. La vita che prosegue quieta con le parole di sempre, attorno: e lei, con la morte e la vita "addosso", insieme. La vita che nel ventre già "scalcia". La morte che si annuncia coi suoi "sordi" avvertimenti (Temeva a tratti, la madre, che la morte potesse essere più veloce?).
Poi, è nato. «Tre chili!» le avranno detto sorridendole. L’avrà preso fra le braccia, in una "tacita" premurosa verifica: la morte, bambino, proprio non ti ha toccato. Poi, di corsa, alla sua "guerra". Una estenuante "guerra" durata 17 mesi. Sperando di farcela ancora. Combattendo di più, per quegli occhi fiduciosi addosso. Poi, la "nemica" ha vinto. "Terrea", è arrivata. E forse lei lo sapeva, dall’inizio, che così sarebbe andata. Ma aveva scelto. Il bambino, non sarebbe stato preso.
Morire così, senza che in molti, in questi tempi di anime "arrese", capiscano. Morire non del tutto, lasciandosi "indietro" un figlio coi tuoi occhi, e il tuo sorriso.