17 anni, schiacciato dal "camion"

RITAGLI    Male innocente:    DIARIO
lo scandalo ci "ammutolisce"

Marina Corradi
("Avvenire", 12/4/’08)

«È stata una "fatalità"», dice il preside del liceo di Torre del Greco dove Giovanni, 17 anni, spinto sulla strada mentre cercava di "sedare" una "zuffa" fra compagni, è morto travolto da un "camion". «È stata una disgrazia», mormorano i coetanei, "atterriti" come la prima volta che si incontra la morte: avendo visto un amico cadere a terra, in un istante già lontano, irraggiungibile alle voci che lo chiamavano indietro.
E si vuole credere a quel preside "accasciato" dietro alla sua scrivania come sotto un gran peso. Non "bullismo", come nella "concitazione" si era pensato, né l’intento di spingere di proposito un compagno sull’asfalto proprio mentre arrivava un "camion" carico di ghiaia. Una lite, parole grosse, "spintoni" per una cosa da poco, e la piccola folla di adolescenti davanti a una scuola ondeggia, oscilla, si allarga sulla "carreggiata". Il "camion", arrivava in quel preciso momento.
E il fatto che a terra sia rimasto fra tutti proprio il ragazzo che cercava di mettere pace, è un’aggiunta di dolore. "Non si può morire così a 17 anni", si ribellano quelli che davanti al liceo "Nobel" vanno come in un "pellegrinaggio". Non si può, eppure accade. E la parola "fatalità" inasprisce gli animi di chi sta a guardare. Non cerchiamo, forse, istintivamente, un "colpevole" per una fine come questa? Ci deve pur essere un "colpevole", per una morte così.
Ma, se si accerterà che davvero è stata "disgrazia", i compagni di Giovanni si troveranno di fronte a una di quelle morti ai nostri occhi "assurde": come il bambino sano che soffoca in culla, il calciatore che si "accascia" in campo, mentre sta per far "goal", per un nascosto e imprevedibile "aneurisma". La morte senza preavviso e senza ragione, di tutte è quella che più irrimediabilmente ci "scandalizza" e "ammutolisce". Anche fra cristiani, non restiamo in tanti incapaci di qualsiasi parola di fronte a morti così? "Fatalità", diciamo, con un’espressione che allude a un "Fato", a un "Caso" pagano che si abbatte sugli uomini secondo la "capricciosità" di "Dèi" lontani e indifferenti. Non ci domanderebbe forse, un figlio bambino, davanti alla tragedia del ragazzo della "IV B", perché a 17 anni, e perché è morto proprio quello che cercava di mettere pace? Non lo chiederebbe forse con già nella voce un "sospetto", e un principio di "rivolta": come può permettere questo, un Dio buono?
Lo "scandalo" del male colpisce e "incrina" dall’eternità. A volte, singolarmente, proprio chi ne è più da vicino "colpito" sa ricominciare a sperare - come se insieme a un terribile dolore fosse data anche la forza per "sopportarlo". Come se la verità fosse nella fede de "I Promessi sposi", là dove Manzoni scrive di un Dio «che non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per una gioia più certa e più grande».
Ma noi, che stiamo a guardare, noi spettatori di "tg" che ogni sera ci "rovesciano" addosso più disgrazie di quante ne sappiamo "fronteggiare", facilmente restiamo in quello "scandalo", e in un dubbio che rode come un "tarlo". L’immagine di un Dio "buono" vacilla. Non è forse, morire così a 17 anni, il segno di un Destino "scelleratamente" sbadato? Vogliamo spiegazioni, giustificazioni, "colpevoli" da condannare. Eppure è scritto: «Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri». Pretendiamo di capire, e non capendo cominciamo a sentirci figli del "Nulla". Il salto, "folle" agli occhi del mondo, sta nel non capire, e tuttavia fidarsi. Ma bisognerebbe, per questo, essere umili. «È così semplice, obbedire», scriveva Claudel ne "L’annuncio a Maria". Maledettamente difficile invece per noi cristiani del XXI secolo, con la pretesa di capire tutto, ma "ammutoliti" davanti al "telegiornale".