La "Giornata" delle vocazioni che mancano

RITAGLI     «Cristo chiama sempre».     DOCUMENTI
La certezza che ci "sferza"

Marina Corradi
("Avvenire", 14/4/’08)

Il "Concilio Vaticano II" affermò che «Cristo chiama sempre dalla "moltitudine" dei suoi discepoli quelli che egli vuole, perché siano con lui e per inviarli a predicare alle genti». Lo ha ricordato Benedetto XVI nel Messaggio per questa "Giornata mondiale per le vocazioni". Un duplice "accento" di richiamo: in un tempo che di vocazioni sacerdotali è "povero", quel «Cristo chiama sempre». E: «per inviarli a predicare alle genti», che dice come per la Chiesa la "missione", l’annuncio, sia struttura costitutiva e originaria – in un tempo che la pretenderebbe silenziosamente dedita a una fede "privata".
Cristo chiama sempre. Ma allora, perché le vocazioni, fatta eccezione per alcuni "ordini" femminili e claustrali, sono così poche? Già un principio di risposta potrebbe stare in questa parola, "vocazione". Parola "antica", ma di cui il significato sembra cambiato. Se oggi si dice di un ragazzo che ha una "vocazione" per il giornalismo, si intende che è "portato", ha una capacità o anche solo un’attrazione verso questo lavoro.
"Vocazione", comunemente parlando, è "inclinazione" verso qualcosa. Nel linguaggio cristiano invece è ben altro: è essere "chiamati" – che significa che "qualcuno" ti chiama. Dunque, che c'è un Dio che ti conosce, e addirittura ha un "disegno" su di te. Ipotesi "sbalorditiva", in un tempo che predica che "Dio, se c’è, non c’entra" con gli uomini. Ipotesi scandalosa e "vessatoria", nell’epoca del "culto" dell’Io, di ogni sua voglia, del mito della "autorealizzazione". Oggi è difficile parlare di "vocazione" in senso cristiano. Questa parola presuppone il riconoscimento di un "Altro" e di una sua volontà su di noi: seguendo la quale si realizza la "pienezza" del proprio destino. Questo è quanto ti dice la giovane novizia "trappista" a Vitorchiano, con una pace in faccia che ti sbalordisce. O quei giovani preti, ostinati navigatori "controvento", che abbandonando studio o lavoro arrivano all’ordinazione. Uomini, e donne, che hanno individuato una chiamata interiore spesso "occultata" in un "mazzo" di apparentemente più allettanti ipotesi. Come, dentro al "rumore", riconoscendo, fra le tante, una "voce" diversa. E seguendola, certi che quella è la strada.
«Dio chiama sempre», assicura la Chiesa, ma nel "rumore" gli uomini faticano a sentire. Occorre, per riconoscere quella chiamata, stare attenti. Occorre che qualcuno ti abbia "educato" a ascoltare. Ma gli uomini, certi di bastare a se stessi, non ascoltano niente. Un’altra cosa che ti dicono i giovani preti è: potevo avere un lavoro, dei soldi, una donna, ma… «io volevo tutto». La "radicalità" della domanda, così come della donazione di sé, è assoluta, e "urta" fragorosamente contro la forma mentale del mondo di oggi. Negli anni del "precariato" affettivo e lavorativo, del "finché dura", dei progetti a breve termine, andare prete o suora è un volere e promettere "tutto", e per sempre. Trovando, in questa adesione, il "compimento" della propria attesa. Che "scandalo": la felicità, in un’obbedienza.
"Anacronistico", quasi provocatorio. Accade che le famiglie di questi ragazzi ne "osteggino" la scelta, come se i figli fossero stati "rapiti".
"Per seguire chi? Per obbedire a che cosa?", domandano smarrite.
Eppure quel Dio dato per morto, o "sideralmente" indifferente nel suo cielo, chiama ancora «quelli che egli vuole». Discretamente, a bassa voce.
Occorre tendere l’orecchio. E, se un figlio o una figlia mostra l’audacia di chi vuole "tutto", non voler ridurre quella radicale domanda ad una saggia, triste, "ragionevole" misura.
È un dono, e sta alla libertà riconoscerlo. Come quel ragazzo lombardo, ora missionario a Taiwan, che appena arrivato si sentì dare, come usa laggiù, un altro nome in cinese, "riecheggiante" il suono di quello italiano. «Ma che vuol dire questo nome?», domandò. Vuol dire «grato per il dono ricevuto», gli risposero. Prete, dall’altra parte del mondo, per riconoscere finalmente il suo "destino".