Sulle ferite causate dagli "abusi"

RITAGLI    Parole audaci a guarire lo "scandalo"    DOCUMENTI

Marina Corradi
("Avvenire", 20/4/’08)

Laereo era appena decollato da Fiumicino, e già parlando con i giornalisti il Papa aveva pronunciato quelle parole, direttamente in inglese, perché arrivassero senza mediazioni al grande popolo che lo aspettava al di là dell’Oceano: "I am ashamed", "io mi vergogno". Poi, nel "Nationals Stadium" di Washington gremito di folla: "Nessuna mia parola potrebbe descrivere il dolore e il danno recati dagli abusi pedofili". E ieri, nella Cattedrale di San Patrizio, ancora è tornato a parlare dello "scandalo" che ha investito la Chiesa cattolica americana.
Chi si aspettava parole "diplomatiche" o "minimizzanti", ha dovuto ricredersi. Che cosa può dire di più forte un uomo? Non ha detto, il Papa, "è" una vergogna; ma "mi vergogno", assumendosi come sulle spalle l’umiliazione di quei fatti terribili.
È una espressione che è come uscita dal linguaggio quotidiano, quella usata dal Papa. Quando ci "rammarichiamo" di qualcosa diciamo "mi dispiace", o, spesso, traduciamo il disagio in quel "sentirsi in colpa" che è ben diverso dal vergognarsi. Che trasforma l’oggettività del male fatto in una sensazione soggettiva. In quanti, in casa nostra o in un’assemblea politica, esaminando il proprio operato, avremmo il coraggio di dire: "io mi vergogno"?
La sincerità e l’umiltà di
Benedetto XVI hanno avuto su chi ascoltava un effetto "disarmante". Olan Horne, una delle vittime degli "abusi" incontrate dal Papa a Washington, aveva dichiarato animosamente alle "radio" che lui e i suoi compagni "non si sarebbero accontentati di parole". Ma uscito da quel colloquio lo stesso Horne ha detto: "La mia speranza oggi è stata rigenerata". Poche parole, forse sfuggite nel mare delle "cronache" di questo viaggio, eppure fondamentali.
Perché la stessa "vergogna" confessata audacemente dal Papa non potrebbe niente, circa il male fatto, se non dentro la speranza che questo viaggio ha voluto testimoniare. "È nel contesto della speranza nata dall’amore e dalla fedeltà di Dio che io prendo atto del dolore della Chiesa in
America", ha annunciato Benedetto XVI alla folla dello Stadio di Washington. Qualsiasi ammissione di colpa o di impotenza infatti si apre a una prospettiva diversa solo dentro una grande "speranza". Che è, nella sua essenza, la possibilità che il male compiuto non sia l’ultima parola, ma che perfino dai mali peggiori possa venire un bene più grande. Il che in termini puramente umani appare impossibile, e scandaloso. Ma, come disse Giovanni Paolo II, "la forza di trasformare il male in bene, questo è Gesù Cristo".
Quel "mi vergogno" di Benedetto XVI sta dentro una logica profondamente, radicalmente "cristiana". Cristiano è l’orizzonte di un male che non chiude definitivamente come una condanna il "cielo" degli uomini. Per Freud, il perdono era un atto rischioso per le forze di sopportazione dell’"Io", e chiedere perdono era letto fondamentalmente come un atto di "sottomissione" al più forte. Per Nietzsche, anche il chiedere perdono era segno della "religione da schiavi". Dentro la speranza cristiana, invece, l’ammissione della "vergogna" del Papa è l’inizio di quella "rivoluzione" di Cristo che, come ha detto Benedetto XVI in
San Patrizio, crea "vita dalla morte". È lo stupore dell’uomo uscito dall’incontro di Washington: "Sono stato rigenerato nella speranza".
Che vuol dire riprendere a vivere e a guardare alla propria storia, nonostante tutto ciò che è stato, come a una storia "buona". Ciò che, magari senza saperlo, la maggioranza degli uomini desidera. Essere certi che, anche nell’ingiustizia "cocente" e nel dolore, l’uomo non è, come diceva Sartre, una "passione inutile": un vano, impotente, continuamente "sopraffatto" sforzo verso la felicità. Ma è atteso invece da un destino buono che già in "germe" si mostra, per chi lo voglia riconoscere: in mezzo a noi, nel presente.